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DAVID ICKE IN TOUR IN ITALIA, OTTOBRE 2016

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PREVENDITA DEL SUO WORLD WIDE WAKEUP TOUR

venerdì 30 settembre 2016

Giulietto Chiesa: Arabia Saudit, dalla sua nascita, al sevizio degli USA




by Giulietto Chiesa

l'Arabia Saudita è da gran tempo, dalla sua nascita, al servizio degli Stati Uniti d'America. Creata e protetta dai colonialisti ha potuto sopravvivere grazie a uno scambio strategico: fornendo petrolio ai prezzi definiti dall'Impero in cambio della protezione fisica della monarchia e dei suoi manutengoli da parte degli Stati Uniti. In più acquistando i certificati di credito del Tesoro americano e depositando i proventi nelle banche americane e lasciando i lingotti d'oro in casa americana, cioè a Fort Knox. Questa è la premessa indispensabile. Da qui si ricava che i servizi segreti USA presero fin dall'inizio il controllo totale dei servizi segreti e dell'esercito saudita. 

E lo hanno mantenuto fino ad oggi. Il governo saudita fa dunque ciò che gli comandano i padroni di turno a Washington. Nel 2000 sale al potere George Bush Junior, figlio del grande amico dei Saud, ex capo della CIA, George Bush Senior. Lo Junior è in mano ai neo-con americani di Paul Wolfowitz e Dick Cheney. Che organizzano l'11 Settembre. 

Gli servono soldi e capri espiatori per costruire la favola della minaccia islamica. E l'Arabia saudita glieli offre. Questo stava scritto nelle famose 28 pagine che Bush Junior ordinò fossero segretate. Cioè, per essere ancora più precisi, il governo saudita e i suoi servizi segreti, d'accordo con la Cia, offrono la necessaria copertura per sparare la favola dei 19 dirottatori guidati da Osama bin Laden. Naturalmente prendono parte all'operazione, e la guidano, importanti spezzoni dei servizi segreti israeliani e pachistani. Anche di questo ci sono le prove. 

Ma a Washington è in atto uno scontro violentissimo sotto il tappeto. Una parte dei democratici vuole mettere in difficoltà i neo-con e insiste per la pubblicazione delle 28 pagine (che in realtà sono un segreto di pulcinella, rimasto segreto solo perché i grandi media sono in mano ai neo-con). E riapre il caso, oggi, a quindici anni di distanza. L'Arabia Saudita (che, nel frattempo, si fida sempre meno degli USA), agisce per conto proprio in Siria, creando guai che gli USA di Obama non vorrebbero dover fronteggiare. 


L'operazione Daesh è fatta di comune intesa tra Cia (settori della), Pentagono (settori del) e servizi segreti e monarchie del Golfo, in testa ovviamente Arabia Saudita e Qatar, che sono pieni di dollari. 

Sfortunatamente per loro la Russia interviene e sconfigge Daesh con i suoi bombardamenti. A questo punto Obama vorrebbe fare marcia indietro. Ma non ci riesce perché non ha il controllo né dei suoi, né degli altri. Quando ri-scoppia il caso delle 28 pagine, l'Arabia Saudita (che teme per le sue tasche, perché potrebbe essere chiamata in giudizio dai parenti delle vittime, e poiché ha nelle banche americane qualche trilione di dollari che potrebbero essere bloccati dai tribunali americani) minaccia rappresaglie del tipo: se andate avanti su questa strada, chiunque siate, noi ritiriamo 750 miliardi di dollari dalle vostre banche, così, tanto per cominciare. Ma, se questo avvenisse, il colpo al dollaro sarebbe devastante.


 Dunque l'America di Obama si spaventa. Obama mette il veto. Ma il Senato USA, con un voto di 97 a favore e uno contro, cancella il veto presidenziale (che significa che votano contro il presidente uscente anche tutti i senatori democratici meno uno) e consente ai tribunali americani di portare in giudizio il governo saudita (sostanzialmente per concorso in strage). Ricordo qui, di passaggio, che le 28 pagine, anche da sole, distruggono la tesi ufficiale dell'11 settembre, che assegnava la responsabilità ai 19 dirottatori e a Osama bin Laden. La distrugge perché dimostra che altre forze — che non venivano nemmeno nominate dall'inchiesta ufficiale — presero parte all'attentato terroristico dell' 11 settembre 2001.

(...) come si spiega l'appoggio dato da Obama all'Arabia Saudita nel fornirle svariate decine di miliardi in armamenti sofisticati per condurre la guerra contro lo Yemen? La spiegazione è chiara: non è Obama che arma i sauditi e li sostiene. Sono i neo-con del Pentagono, della Cia, e del complesso militare-industriale che guidano la danza. Il povero Obama, che non li può fermare, traccheggia. Finge di opporsi, ma poi ratifica le loro decisioni. 


Ha paura lui stesso di quello che fanno e che lui è costretto a firmare. Manda Kerry a negoziare coi russi, ma poi si trova di fronte al fatto compiuto che aerei americani, o protetti dagli americani, vanno a bombardare l'esercito di Bashar el Assad e uccidono anche ufficiali russi. Mentre i media occidentali scatenano una campagna contro i russi, accusandoli di tutto, quando è evidente che Daesh e al Nusra ricevono armi dall'Arabia Saudita, e mentre la Turchia agisce per proprio conto, come le pare e dove le pare. E la Turchia è un membro della Nato. 

È chiaro che a Washington ci sono forze che vogliono continuare la guerra e innalzare il livello dello scontro con la Russia. Ma queste forze non coincidono con l'attuale Amministrazione. Da questo groviglio emerge la posizione apparentemente schizofrenica degli USA. In realtà questa posizione, come ho già detto, corrisponde a una divisione interna agli USA e concerne l'intera strategia americana. Per cui è importante, d'ora in avanti, non ragionare di "una posizione americana" (che non c'è), ma tenere presente che è in corso uno scontro interno alla classe dirigente americana. 

L'esito delle elezioni consentirà di definire una tappa di questo scontro. Ma non potrà dirimere la divisione perché né gli uni né gli altri hanno una idea adeguata della crisi che incombe e che porterà alla ridefinizione dei rapporti di forza nel mondo intero. O — purtroppo, ma bisogna dirlo — alla guerra globale.

fonte: https://www.facebook.com/giuliettochiesa/posts/10154365444525269

giovedì 29 settembre 2016

“Quella in Siria è una guerra contro i cristiani”


Quando risponde al telefono, monsignor mons. Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi (diocesi che comprende anche Raqqa, la capitale del sedicente Stato islamico), ha la voce roca. La voce di chi ogni giorno guarda in faccia la guerra. Sul sagrato dell’arcivescovado si affacciano due cecchini. Uno a trenta metri. L’altro a duecento. La tensione è palpabile, nonostante le prime frasi di monsignor Hindo vengano pronunciate con calma. A bassa voce. La linea va e viene. Ma, mano a mano che continuiamo a parlare, l’arcivescovo si fa sentire sempre di più. Parla della guerra che, ormai da cinque anni, sta distruggendo la Siria. Anzi, la “sua” Siria perché, mi spiegherà, “la Siria è prima di tutto mia. Perché io sono siriaco. E Siria deriva da siriaco. Io sono la Siria. Tutti i siriani sono la Siria”. Parole pronunciate dal cuore, come dirà più volte durante l’intervista. Parole di un pastore che ha deciso di non abbandonare le sue pecore. Anche a costo di vivere nel mirino dei cecchini. Giorno e notte.

Monsignore, recentemente ha usato parole molto dure nei confronti dei curdi dello Ypg, accusandoli di  voler strappare qualsiasi cosa ai cristiani della sua diocesi. Qual è la situazione ora?


La presenza curda è sempre più pressante. Qui in città hanno preso tutti gli incroci e occupato tutte le vie, specialmente nel quartiere cristiano. Gli uomini dello Ypg si stanno comportando molto male con noi cristiani. Sono molto aggressivi. Inizialmente hanno preso il sud della città, poi si sono allargati sempre più. Hanno preso tutto il cotone e tutte le nostre ricchezze. Hanno rubato perfino le sedie. Hanno svuotato tutto, ora non c’è più nulla. Quando Daesh si è allontanato, sono arrivati i curdi dello Ypg, che vorrebbero creare uno Stato indipendente, ma questo non ha senso. Hanno preso qualche avvocato e l’hanno nominato giudice. Ma che giustizia è questa? L’anno scorso, a febbraio, 35 villaggi sono stati occupati da Daesh. I curdi dello Ypg li hanno visti scendere dalle montagne, ma non hanno fatto nulla per fermarli. Volevano che Isis occupasse queste terre bellissime. Quando sono arrivati, gli uomini dello Ypg mi hanno detto: “Siamo qui per proteggere i cristiani”. Ma non era vero: erano venuti per cacciare i cristiani.

Ma in Occidente i curdi dello Ypg vengono visti come degli eroi perché combattono Isis. Come può dire questo?
Loro lavorano per gli americani, che li usano per fare la loro politica. Ma poi li abbandoneranno. I curdi non pensano a ciò che accadrà tra un’ora oppure domani. Pensano solamente all’oggi. Non hanno imparato dalla loro storia e dalle persecuzioni degli ottomani. Lei sa cosa stanno facendo ora i curdi? Stanno imponendo la loro lingua nelle nostre scuole. Due ore al giorno per cinque giorni. Al Nord insegnano tutto in lingua curda. Ho detto loro: “Non avete programmi e non avete professori adatti. Come potete insegnare ai bambini?” E sa cosa mi hanno risposto? “Siamo pronti a sacrificare sette generazioni”. Questa non è democrazia. È ideologia. La propaganda curda e americana li presenta come eroi solo perché sono contro il governo. Ma i curdi stanno facendo tutto questo perché vogliono uno Stato. Lo stanno facendo solamente per il loro interesse
.


Uno scenario davvero cupo, se è vero – come è vero – che i curdi hanno sfruttato il cessate il fuoco per alzare le barricate. Secondo lei la tregua è stata invece utile per i civili in zone come Aleppo?
Io sono contro il cessate il fuoco. La prima volta che l’esercito siriano è avanzato contro i ribelli, gli americani hanno chiesto una tregua e così i terroristi si sono riorganizzati per attaccare i soldati lealisti. Anche con questo cessate il fuoco hanno fatto la stessa cosa. De Mistura e l’Onu parlano solo di Aleppo est, dove sono presenti i ribelli, ma non parlano mai dell’altra parte, dove ci sono un milione e duecentomila siriani che vengono continuamente bombardati dai jihadisti. Anche l’arcivescovado di Aleppo è stato colpito da un missile, ma gli americani, i francesi e gli italiani non ne hanno parlato.

Ed è pure vero che durante la tregua i “ribelli” vengono riforniti di armi e munizioni. Ma chi gliele dà?
Di certo non vengono via aereo perché è tutto bloccato. Vengono dalla Turchia. La Turchia aiuta Daesh e anche l’America, che infatti non lo vuole distruggere. Da una parte gli Usa lo combattono, dall’altra lo aiutano. Addestrano i ribelli che poi passano le armi ad Al Qaida e all’Isis. Quando parlano i Capi dei governi occidentali dicono solo bugie. Non vogliono combattere né Daesh né Al Nusra. Non vogliono che la Russia e i siriani li bombardino.

E così i terroristi di Al Nusra hanno cambiato nome per presentarsi come “jihadisti” buoni…
Certo. E loro sono sostenuti anche dal Qatar, come l’Isis con l’Arabia Saudita.

Ma qual è la politica degli Usa in Medio Oriente?
Quella di Israele, che è il piede americano in Medio Oriente. Lo Stato ebraico ha un valore economico e strategico fondamentale. Per questo deve essere più forte ed è per questo che gli Usa vogliono smembrare la Siria. Non a caso hanno dato 38 miliardi di armi agli israeliani. Ma l’America fa anche gli interessi dell’Arabia Saudita, tanto che Obama ha posto il veto sul disegno di legge sull’11 settembre che permetterebbe alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio i sauditi. L’America ha deciso di attaccare la Siria perché Assad non ha voluto rompere le sue alleanze con l’Iran e con gli Hezbollah.

Com’è il rapporto tra cristiani e musulmani in Siria?
L’islam siriano è speciale. Non è come quello dell’Arabia Saudita o della Turchia. Non è un islam politico. I musulmani siriani hanno, prima di tutto, un cuore siriano. Hanno preso il volto della cultura, del commercio e della civiltà siriana. Purtroppo abbiamo anche noi qualche villaggio o qualche città in cui ci sono persone con la mentalità dei Fratelli musulmani…

Ma prima della primavera araba Assad riusciva a tenerli a bada…
Da quando il partito Baath ha preso il potere, la Siria è diventata un Paese laico. Quando ho costruito un campanile di 42 metri con una croce di 7 metri nessuno ha detto nulla. Anche se è più alta dei minareti. Come mai? Da settant’anni abbiamo una cultura laica. L’estremismo è arrivato con i Fratelli musulmani. Daesh è figlio loro e dei wahabiti.

Ma davvero Assad ha commesso tutti i crimini di cui è accusato?
Nella prima settimana della rivolta c’è stato qualche sciopero e l’esercito ha sparato sugli scioperanti. È vero. Ma chi ha sparato è stato punito. Quella in Siria non è stata una rivoluzione. È una guerra dei Fratelli musulmani. Chi dice che si tratta di una rivoluzione fa propaganda. È una guerra contro i cristiani. Il segretario di Laurent Fabius, tre anni fa, mi ha detto: “Tra poco arriverà in Europa un aereo pieno di cristiani iracheni”. Sa cosa gli ho risposto? “State sradicando i cristiani mediorientali affinché continui la guerra tra sciiti e sunniti”.

Dopo il bombardamento Usa contro l’esercito siriano, monsignor Abu Khazen, arcivescovo di Aleppo, ha detto che non si è trattato affatto di un errore. Condivide questa tesi?
Nel 2012 ho preso carta e penna per dire che dovevano essere Russia, Cina e Iran a bombardare Daesh in Siria. Non gli americani e i loro alleati perché ero certo che avrebbero colpito anche l’esercito siriano. E ora è successo. Di solito Isis cerca di colpire gli aerei, ma in questo caso non l’ha fatto. Come mai? Non posso parlare con tranquillità di fronte a questo bombardamento. Sono anche arcivescovo di Deir el-Zor e non posso accettare quello che gli americani hanno fatto. Conosco le persone che combattono con l’esercito siriano e i cristiani che vivono ancora lì. Non posso stare seduto su un trono. Uso le parole che mi vengono dal cuore e, quando vedo la Mogherini che piange per gli attentati di Bruxelles, mi chiedo se mente. Anzi, so che mente. Non ha mai parlato di tutte le scuole bombardate dai terroristi a Damasco. Forse il sangue siriano non è come quello occidentale…

Abbiamo parlato tanto di propaganda. Ma cosa possiamo fare noi giornalisti per raccontare con lealtà il conflitto siriano?
Non prendete per oro colato tutto ciò che i governi occidentali vi dicono. Sono bugiardi e contro i cristiani e i siriani. Hanno i loro interessi e non hanno in mente né gli uomini né i cristiani. Credo che la politica debba significare “servizio”, ma purtroppo ora è solo questione di interessi. Mettete dei punti di domanda sulle cose che vi dicono. Abbiate un po’ di cuore per questa Nazione. La Siria è prima di tutto mia. Perché io sono siriaco. E Siria deriva da siriaco. Io sono la Siria. I siriani sono la Siria. Piantatela di chiamare “moderati” i ribelli. È una bugia. Non sono moderati. Nemmeno l’Esercito Siriano Libero lo è. È solo il cambiamento di un’etichetta. Come Isis e come Al Nusra sono degli islamisti. I russi continuano a chiedere agli americani chi sono i ribelli moderati, ma loro non hanno ancora risposto.

Come giudica l’intervento russo in Siria?
Putin non è venuto solo per aiutare i cristiani e i siriani. Ma anche perché i terroristi non tornino in Russia. La posizione russa è difendibile, quella americana no perché è contro il diritto internazionale. Chi ha autorizzato l’intervento aereo della coalizione a guida Usa in Siria? Nessuno. È assurdo. La crisi siriana ha mostrato che la Russia è la seconda potenza mondiale e questo non è tollerabile per l’America.
Due mesi fa ha potuto parlare con Bashar Al Assad. Cosa vi siete detti?
A dir la verità, ho parlato della situazione nella mia regione. Ho parlato del problema curdo, presentando anche documenti scritti. Sa cosa mi ha detto? “Voglio una Siria laica in cui è vietato parlare di minoranze”. Mi ha poi detto: “Io sono un simbolo. Se va via un simbolo crolla tutto”. E ha ragione. In Siria succederebbe ciò che è successo in Libia e in Iraq. Se Assad se ne va, sparirà pure l’esercito e la Siria verrà smembrata.
Dice queste parole con un nodo alla gola, monsignor Hindo. E non possiamo dargli torto. La Siria anche è “sua”. È una questione di fede e di sangue. Cose che sembrano impensabili qui, dove tutto è pace.

fonte: http://www.occhidellaguerra.it/curdi-e-ribelli-ci-stanno-massacrando/

mercoledì 28 settembre 2016

Chavez all'ONU 10 anni fa: l'imperialismo americano e la "ricetta del diavolo"



Chavez all'ONU 10 anni fa (in spagnolo)

" Sono sul podio dove ieri ha parlato il diavolo (si fa il segno della croce), quello che chiamo tale. Il presidente degli USA, che è venuto qui a parlare come fosse il padrone del mondo E' venuto qui a darci le sue ricette per mantenere l'attuale schema di dominio. Sfruttamento e saccheggio dei popli del mondo. Sarebbe perfetto per un film di Hitchcock e gli darei il titotolo " LA RICETTA DEL DIAVOLO"
 

In altre parole l'Imperialismo americano e Chomsky qui lo dice con profonda chiarezza, si trova sotto una spinta disperata a consolidare  il suo sistema egemonico di dominio e noi non possiamo permettere che questo accada.
Non possiamo permettere l'installazione della dittatura mondiale. 

Non possiamo permetterle di consolidarsi"

 

martedì 27 settembre 2016

UK: comunità ebraica furiosa per la rielezione dell'antisemita Corbyn



‘Cosi riporta il The Sunday Express:
“la comunità ebraica è furiosa per la ri-elezione dell'antisemita Jeremy Corbyn”


I propagandisti ebrei  hanno reagito con furia alla ri-elezione di  Jeremy Corbyn, mettendo in guardia sul fatto che con la rielezione dall'esponente della sinistra, il Partito Laburista, “non è piu' un luogo sicuro per gli Ebrei britannici”.

Puo' darsi, ma puo' darsi anche che  che sia tempo di accettare che gli Ebrei non si sentono al sicuro da nessuna : non in Francia, in Belgio, a New York nemmeno in Israele, nonostante l'IDF sia uno degli eserciti piu' forti al mondo.  Ma attenzione: se gli Ebrei no si sentono al sicuro da nessuna parte, allora trasfrmare il Partito Laburista in un sicuro paradiso ebraico, potrà a ben vista essere considerato  un atto anti-ebreo"  

da: Yawn…Jews Are Furious Once Again
http://www.gilad.co.uk/writings/2016/9/25/yawnjews-are-furious-once-again

 

lunedì 26 settembre 2016

Fra pochi anni l'Europa come la conosciamo non esisterà piu'




Con l'ideologia e le belle parole si possono immaginare i mondi virtuali che più ci aggradano, ma con la demografia le chiacchiere stanno a zero. L'unico dato certo, piaccia o non piaccia, è che tra un paio di generazioni al massimo l'Europa non sarà più quella che abbiamo conosciuto. I numeri parlano chiaro: nei prossimi anni, come evidenziano le statistiche sui tassi di natalità, i musulmani in Europa saranno circa 104 milioni. Forse anche di più. E negli Stati Uniti non andrà molto diversamente. In pratica è la fine di un mondo così com'è stato finora e l'inzio di un'epoca incerta, di cui già si profilano con nettezza le prime forme. Sembrava una voce dal sén fuggita, ma quando la papessa del turpiloquio annunciava che "gli immigrati sono l'avanguardia di uno stile di vita che presto sarà uno stile di vita per moltissimi di noi", non era purtroppo così lontana dal vero. La presidenta e i suoi mentori ne sono estremamente compiaciuti, "moltissimi di noi" forse un po' meno. Il mondo sta cambiando, è tempo di svegliarsi

Paolo Sensini
https://www.facebook.com/sandro.sestili?hc_ref=NEWSFEED

giovedì 22 settembre 2016

Perché non possiamo non dirci pagani





[Il presente scritto consiste sostanzialmente in un intervento dell’Autore a un forum di discussione religiosa (http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?s=&threadid=140516), con alcune lievi modifiche. La sede ove è stato inizialmente pubblicato spiega i toni duri e severi che vi vengono impiegati. – C.S.L.R.].
Noi europei non abbiamo alcun bisogno di tornare al paganesimo: non lo abbiamo mai abbandonato nel profondo dell’anima.
La struttura psichica dei “gentili” è naturalmente pagana, sarebbe una grave perversione se cessasse di essere tale.
Il cristianesimo diffondendosi nelle quattro aree dell’Europa antica (la greca, la romana, la celtica, la germanica) ha annacquato la sua originaria radice monoteistica. Il cattolicesimo mediterraneo era nella realtà un politeismo lunare incentrato sul culto di tre grandi Dei distinti: Dio Padre (Deus Pater= Zeus), Dio Figlio (generalmente descritto con tratti dionisiaci) e una grande Dea Madre (la Madonna = la Signora).
Il cristianesimo europeo ha trasgredito il divieto ebraico di venerare le immagini (un divieto ancora oggi rigorosamente osservato dagli islamici). Da questa trasgressione nasce la grande arte cristiana.
A partire dal romanticismo, i poeti germanici hanno cancellato la maledizione biblica che gravava sulla Natura.
La psicologia contemporanea ha riscoperto gli Dei sotto forma di archetipi psicologici.
L’attitudine moderna allo sport, il diffondersi di palestre hanno recuperato sia pur in forma materializzata l’aspirazione classica al corpo sano.
Sbagliano pertanto coloro che vogliono incatenare l’anima dell’Europa ad un destino abramitico. La nostra anima nel profondo non ha mai smesso di dirsi pagana; basta solo ascoltarla con attenzione per capirlo.
Il “nuovo paganesimo” non è affatto un concetto stravagante o qualcosa di intellettuale costruito a tavolino; è semplicemente un atto di auto-consapevolezza: una presa di coscienza della nostra natura e di ciò che è estraneo (e dannoso) ad essa.
È vero che il cristianesimo è stato grecizzato nella sua teologia, romanizzato nella sua struttura gerarchica, celtizzato nelle sue sfumature esoteriche (il Graal), germanizzato nelle sue attitudini crociate e cavalleresche; ma è anche vero che sotto tutti questi vestimenti europei il cristianesimo rimane una forma messianica di giudaismo.
Tutti i cristiani venerano come divinità il rabbì Jeshua, della tribù di Giuda.
Il rabbì Jeshua si proclamò messia, esattamente come avrebbe fatto Sabbatai Zevi 1600 anni dopo. Ogni secolo dal popolo ebraico sorgono messia, regolarmente avversati dal clero regolare: la tensione tra sacerdoti e messia, tra sacerdoti e profeti (“Ahi Israele che perseguiti i tuoi profeti!” è una costante della storia israelitica.
Il rabbi Jeshua si scelse dei collaboratori: tutti ebrei. Shimon conosciuto sotto il nome di Pietro, Saul conosciuto sotto il nome di Paolo. È grazie a questi infaticabili collaboratori che cinquanta generazioni di giovani europei hanno imparato a riconoscere in Israele il “popolo eletto”, a sentirsi figli di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; a venerare il “leone di Giuda” (il rabbino Jeshua).
Non v’è cosa più illogica di un “antisemita cattolico”. Perché il cattolicesimo, più in generale il cristianesimo, è il giudaismo messianico divulgato ai popoli.
Cosa leggono i cristiani come libro sacro? La Bibbia, ovvero la Torah più altri scritti giudaici.
Nella Bibbia la collettività dei cristiani è orgogliosamente definita come “l’Israele di Dio”.
La Bibbia si conclude con una esecrazione di Roma “la Grande Meretrice” e con la profezia dell’avvento del paradiso: la “Gerusalemme celeste”! Quanti patologici antisemiti vedono la mano ebraica su ogni male del mondo e poi con assoluta indifferenza professano il cristianesimo, ovvero la versione messianica del giudaismo…
Al cospetto di Hitler un papa molto caro ai tradizionalisti (Pio XII) ebbe l’orgoglio di dire: “Noi siamo spiritualmente semiti”.
C’è molto coraggio in questo orgoglio espresso a quei tempi. Si può ammirare quel coraggio; e tuttavia anche noi Europei dobbiamo avere coraggio ed esprimere l’orgoglio della nostra “gentilezza”.
Guardate sulla testa dei vescovi ai quali i cristiani baciano le mani: cosa portano? Che cos’è quel curioso dischetto? Ovvio, è la kippah ebraica: con ciò i successori degli apostoli si qualificano come rabbini. E del resto tutti i fedeli ogni domenica ripetono in coro Alleluia(hve), esclamazione ebraica che suona: sia glorificato Jahve.
Arriviamo così al nodo di quella fissazione patologica che è l’antisemitismo (ovvero la credenza maniacale che dietro ogni male del mondo vi siano gli ebrei): l’antisemitismo è espressione della lacerazione dell’anima europea, che da una parte accetta il cristianesimo e lo stravolge secondo le proprie tendenze, dall’altra parte avverte che in fondo al cristianesimo vi è qualcosa di irriducibile e di inassimilabile: la radice semita.
Vi sono cose che non si possono imporre. Tu non puoi imporre al rabbino capo di venerare la Dea Afrodite non puoi cambiare nome a Gerusalemme (come fecero i Flavi che la trasformarono in Helia Capitolina!). Allo stesso modo non si può pretendere che un Europeo d.o.c. si semitizzi.
Per porre fine alla triste lacerazione dell’anima europea e per combattere la patologia dell’antisemitismo noi proponiamo uno schietto “non semitismo”: vale a dire il riconoscimento del fatto che allo spirito europeo non si addice una religione di origine giudaico-messianica esattamente come non si addice al rabbino capo di Gerusalemme ricercare le radici della propria fede in Omero, nel concetto romano del Pantheon, nel Libro Egizio dei Morti.
La verità è che il cristianesimo dei nostri tempi da un lato sta riscoprendo la sua autentica radice ebraica e si sta liberando di ogni sovrastruttura greco-romana, dall’altro sta spostando il suo baricentro fuori dall’Europa.
In Europa non si fanno più preti. E senza preti chiaramente una religione non può sopravvivere.
Non a caso le Chiese stanno patrocinando il progetto di spostare in Europa milioni e milioni di africani, amerindi, asiatici. Per avere un prete in più in seminario, ma anche per modificare lo psichismo della civiltà europea con l’afflusso di popoli più docili alle carezze dei monsignori.
Contemporaneamente altri popoli dalla brulicante demografia si spostano verso Nord e per esplicita ammissione dei loro imam si propongono di sottomettere l’Europa ad Allah grazie al ventre delle loro donne.
Di fronte a questo movimento di popoli è naturale , per un ovvio principio di azione e reazione, che si ingeneri un movimento di ripaganizzazione dei popoli europei.
Ciò che era inconscio deve ritornare ad essere cosciente.
La grande cultura europea ci aiuta in questa riscoperta: non fu solo il Rinascimento a riscoprire gli antichi, anche i Monaci della Schola Palatina di Carlo Magno non appena riscoprirono i testi classici se ne innamorarono; compiendo così due peccati in uno: 1) si innamorarono, 2)… di qualcosa di non cristiano.
Il senso di fedeltà al mos maiorum ancor più della mera cultura erudita ci induce a spolverare il nostro atavico paganesimo.
Si sa, il rabbino Joshua era una persona amabile ma sicuramente peccava di equilibrio. Ai suoi fedeli disse: “fatevi eunuchi (=castrati!) per entrare nel regno dei cieli”! Disse : “se il tuo occhio ti dà scandalo, taglialo via. È meglio essere orbi che bruciare nel fuoco dell’inferno”… Queste massime così illuminate difficilmente potrebbero avere una effettiva applicazione oggi. Fuori che da una ristretta cerchia di fanatici neppure nei secoli precedenti sono state effettivamente adottate.
Nelle buone famiglie europee per duemila anni si sono educati i bambini con una saggia miscela di stoicismo e di epicureismo.
Lo stoicismo: la convinzione che bisogna affrontare con virilità, con dignità i momenti difficili che ogni vita inevitabilmente comporta.
L’epicureismo: la convinzione che anche la vita più seria debba essere condita e addolcita da una giusta dose di piacere.
I riti pagani si sono interrotti in Europa, ma lo spirito pagano sotto molti aspetti è continuato.

mercoledì 21 settembre 2016

Le esplosive mail di Hillary Clinton

 
 
di Manlio Dinucci.

Ogni tanto, per fare un po' di «pulizia morale» a scopo politico-mediatico, l'Occidente tira fuori qualche scheletro dall'armadio.

Una commissione del parlamento britannico ha criticato David Cameron per l'intervento militare in Libia quando era premier nel 2011: non lo ha però criticato per la guerra di aggressione che ha demolito uno stato sovrano, ma perché è stata lanciata senza una adeguata «intelligence» né un piano per la «ricostruzione».

Lo stesso ha fatto il presidente Obama quando, lo scorso aprile, ha dichiarato di aver commesso sulla Libia il «peggiore errore», non per averla demolita con le forze NATO sotto comando USA, ma per non aver pianificato «the day after». Obama ha ribadito contemporaneamente il suo appoggio a Hillary Clinton, oggi candidata alla presidenza: la stessa che, in veste di segretaria di Stato, convinse Obama ad autorizzare una operazione coperta in Libia (compreso l'invio di forze speciali e l'armamento di gruppi terroristi) in preparazione dell'attacco aeronavale USA/NATO.

Le mail della Clinton, venute successivamente alla luce, provano quale fosse il vero scopo della guerra: bloccare il piano di Gheddafi di usare i fondi sovrani libici per creare organismi finanziari autonomi dell'Unione Africana e una moneta africana in alternativa al dollaro e al Franco CFA.

Subito dopo aver demolito lo stato libico, gli USA e la NATO hanno iniziato, insieme alle monarchie del Golfo, l'operazione coperta per demolire lo stato siriano, infiltrando al suo interno forze speciali e gruppi terroristi che hanno dato vita all'ISIS.

Una mail della Clinton, una delle tante che il Dipartimento di stato ha dovuto declassificare dopo il clamore suscitato dalle rivelazioni di Wikileaks, dimostra qual è uno degli scopi fondamentali dell'operazione ancora in corso. Nella mail, declassificata come «case number F-2014-20439, Doc No. C05794498», la segretaria di stato Hillary Clinton scrive il 31 dicembre 2012: 
«È la relazione strategica tra l'Iran e il regime di Bashar Assad che permette all'Iran di minare la sicurezza di Israele, non attraverso un attacco diretto ma attraverso i suoi alleati in Libano, come gli Hezbollah». 
Sottolinea quindi che «il miglior modo di aiutare Israele è aiutare la ribellione in Siria che ormai dura da oltre un anno», ossia dal 2011, sostenendo che per piegare Bashar Assad, occorre «l'uso della forza» così da «mettere a rischio la sua vita e quella della sua famiglia»

Conclude la Clinton: 
«Il rovesciamento di Assad costituirebbe non solo un immenso beneficio per la sicurezza di Israele, ma farebbe anche diminuire il comprensibile timore israeliano di perdere il monopolio nucleare». 
La allora segretaria di Stato ammette quindi ciò che ufficialmente viene taciuto: il fatto che Israele è l'unico paese in Medio Oriente a possedere armi nucleari.

Il sostegno dell'amministrazione Obama a Israele, al di là di alcuni dissensi più formali che sostanziali, è confermato dall'accordo, firmato il 14 settembre a Washington, con cui gli Stati Uniti si impegnano a fornire a Israele i più moderni armamenti per un valore di 38 miliardi di dollari in dieci anni, tramite un finanziamento annuo di 3,3 miliardi di dollari più mezzo milione per la «difesa missilistica».

Intanto, dopo che l'intervento russo ha bloccato il piano di demolire la Siria dall'interno con la guerra, gli USA ottengono una «tregua» (da loro subito violata), lanciando allo stesso tempo una nuova offensiva in Libia, camuffata da operazione umanitaria a cui l'Italia partecipa con i suoi «parà-medici».

Mentre Israele, nell'ombra, rafforza il suo monopolio nucleare tanto caro alla Clinton.

fonte:

sabato 17 settembre 2016

Massimo Fini: ci trattano da servi perché servi siamo


by Massimo Fini
Avevo appena finito di scrivere un articolo contro le indebite ingerenze del papato negli affari interni dello Stato italiano, che ne è avvenuta una, infinitamente più grave nello specifico, da parte dell’ambasciatore americano a Roma John Phillips, che certamente non parlava a nome proprio ma del presidente degli Stati Uniti, il quale ha ‘consigliato’ agli italiani di votare Sì al prossimo referendum costituzionale aggiungendovi il ricatto economico e cioè la minaccia che le imprese yankee non investiranno più in Italia e facendosi supportare dall’agenzia di rating Fitch che è una filiale londinese della Fitch di New York. 
Questa inaudita intromissione negli affari interni dello Stato italiano, oltretutto su una questione delicatissima che divide il nostro Paese, la prima espressa in modo così esplicito, ha causato molto imbarazzo sia a sinistra che a destra perché tutti i partiti e movimenti italiani, ad eccezione dei Cinque Stelle e dell’infamatissimo CasaPoud, sono da tempo sdraiati come sogliole ai piedi dell’’amico americano’. Sull’Unità, organo ufficiale del Pd, Annalisa Chirico scrive che quella di Phillips è “una analisi legittima e doverosa” e aggiunge che l’ambasciatore americano “può dare consigli e formulare auspici”. Sono affermazioni al limite dell’incredibile perché un ambasciatore deve relazionare al suo Paese sulla situazione dello Stato in cui si trova, ma non può in alcun modo intromettersi formalmente nelle sue questioni interne. Ed è penoso anche che adesso Matteo Salvini e Renato Brunetta facciano i pettoruti difensori dell’indipendenza nazionale quando è da tempo immemorabile che la destra italiana, ammesso che questa possa definirsi una destra, è, Berlusconi in testa, più americana degli americani. E sia chiaro che l’altolà all’ingerenza americana avrebbe dovuto esserci anche se Phillips si fosse espresso in favore del No. Lo dico anche ad Antonio Padellaro che afferma che in fondo gli americani non ci hanno bombardato. “Ma quanto è buona Lei, signora Belva”.
E’ dalla scomparsa del Pci che noi italiani non riusciamo a dire nemmeno un flebile no alle prepotenze americane, fuori d’Italia e in Italia, e che anzi le appoggiamo senza riserve. Nel 1999 abbiamo partecipato all’aggressione alla Serbia (gli aerei Usa partivano da Aviano) cui l’Onu era contraria e nonostante che noi con la Serbia avessimo buoni e storici rapporti. Persino la piccola Grecia, che pur è un membro di quella truffa chiamata Nato, si rifiutò di partecipare a quell’operazione. Non abbiamo alzato un dito contro l’aggressione del 2003 all’Iraq altro Stato sovrano, come la Serbia, rappresentato all’Onu che anche in questo caso era contraria all’intervento. Anzi abbiamo mandato sul posto ambigui consiglieri e ‘addestratori’ (ma quanta gente stiamo ‘addestrando’ in giro per il mondo?). Abbiamo partecipato, sia pur malvolentieri (Berlusconi era contrario, ma poi si piegò, e questo rende la sua adesione ancora più grave) all’aggressione alla Libia di Gheddafi, altro Stato sovrano rappresentato all’Onu che anche in questo caso era contraria. Tra l’altro con la Libia avevamo corposi interessi economici che abbiamo sacrificato a favore dei francesi, questi eterni e pericolosi ammalati di grandeur ma notoriamente imbelli quando ci sia un avversario degno di questo nome (la famosa ‘linea Maginot’, Hitler passò dal Belgio e in due settimane era a Parigi). Continuiamo a mantenere truppe in Afghanistan, da cui perfino i canadesi, strettissimi alleati degli Stati Uniti, se ne sono andati, per sostenere gli americani che non possono ‘perdere la faccia’, la loro bella faccia, e ammettere che quella guerra infame e ingiusta l’hanno perduta. Anche in Afghanistan manteniamo, oltre a 540 soldati, un altro mezzo migliaio di ‘consiglieri’ e ‘addestratori’ per sostenere un governo, quello di Ashraf Ghani, che senza la presenza americana sul terreno, con basi, bombardieri e droni, non rimarrebbe in piedi più di due settimane di fronte alla resistenza afgano-talebana.
Il 3 febbraio del 1998 un pilota americano, volendo fare il Rambo, tagliò le funi della funivia del Cermis provocando 14 morti. Non è stato processato né in Italia né negli Stati Uniti. Come non vengono processati i soldati americani di base a Napoli che a volte, tanto per divertirsi, stuprano ragazze italiane. Il 4 marzo del 2005 il nostro agente Nicola Calipari fu ucciso da un soldato americano, Mario Luis Lozano, di guardia a un checkpoint. In quel caso gli americani avevano ragione perché il governo italiano a guida Berlusconi, nella fretta di riportare in Italia la giornalista Giuliana Sgrena esibendola come un trofeo, non aveva avvertito i comandi statunitensi. Ma un’inchiesta, almeno un’inchiesta, non si nega a nessuno. Per noi nemmeno quella. 
I servi vengono trattati, giustamente, da servi. E per questo gli americani pensano di potersi permettere intromissioni inaudite come quella di Phillips. Perfino il presidente delle Filippine, Duterte, ha mandato all’inferno gli yankee, definendo Obama un “figlio di puttana”, che volevano segnare la solita ‘linea rossa’ per i modi molto spicci con cui Duterte cerca di liberarsi dei trafficanti di droga. Da noi si sono alzati solo deboli vagiti da parte di singoli uomini politici ma dovrebbe essere il Governo italiano, nella persona del suo premier, Matteo Renzi, a reagire formalmente e ufficialmente chiedendo spiegazioni agli Stati Uniti e, soprattutto, rispedendo l’ambasciatore Phillips a casa sua. Invece il 18 ottobre Matteo Renzi andrà alla Casa Bianca per genuflettersi davanti a Barack Obama e ricevere, come scrive Travaglio, il ‘Premio Fantozzi’.
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2016

venerdì 16 settembre 2016

La crisi esistenziale della UE



 “Il Patto di stabilità ha il suo effetto e non deve diventare un patto di flessibilità”, ha detto Jean-Claude Juncker, nel discorso sullo stato dell’Unione a Strasburgo. In questa semplice frase sono racchiuse le ragioni della “crisi esistenziale” che sta per travolgere la Ue. Juncker, ex primo ministro del Lussemburgo, frequenta i palazzi di Bruxelles da una trentina d’anni ed è ormai l’immagine stessa dei vizi dell’Unione. 

Vecchia, e sclerotizzata, schiava dei suoi rituali. Ricorda, per molti versi l’Unione Sovietica del periodo di Breznev, gli anni del lungo declino che portarono alla caduta del Muro di Berlino. L’inadeguatezza di Bruxelles sta emergendo in queste ore con l’uscita della Gran Bretagna. La Brexit ha dimostrato in maniera evidente che, come dice il titolo di questo blog, un’altra Europa è possibile: aperta, liberale, democratica. 

Niente di paragonabile alla foresta pietrificata descritta da Juncker. Il tema è tutto qui: il liberalismo inglese contrapposto al fanatismo dei vecchi mandarini della Ue. Londra, sostengono alcune anticipazioni giornalistiche, si prepara ad aprire trattative bilaterali con gli ex partner europei al termine dei quali conserverà gli stessi vantaggi che aveva prima del referendum del 23 giugno in termini commerciali. Ma non dovrà più osservare le direttiva di Bruxelles sulla lunghezza delle banane o la curvatura della banane .

L’orizzonte di libertà del Regno Unito si confronta con il cieco dirigismo indicato da Juncker nella difesa del “Patto di Stabilità”. Non molto diverso, in questo, dai Piani Quinquennali della vecchia Unione Sovietica. Ad accomunarli c’è il disprezzo per la gente comune. Per questa Ue a trazione tedesca i popoli devono sacrificarsi sull’altare del pareggio di bilancio. Nei Piani Quinquennali dell’Unione Sovietica ogni sforzo andava concentrato sugli obiettivi di produzione industriale e agricola. 


Nessuno che si ponesse mai il problema dei consumatori, dei loro gusti e delle loro preferenze. Altrettanto il Patto di Stabilità chiedeva raggiungere il risanamento dei conti entro una data stabilita. Ma siamo sicuri che il problema del pareggio di bilancio sia la priorità assoluta degli europei? L’Unione Sovietica è caduta perché alla fine disprezzava il popolo e pensava solo agli interessi degli apparati burocratici e agli alti papaveri dello stato e del partito. La crisi esistenziale dell’Unione europea è fatta della stessa materia.

fonte: http://uneuropadiversa.it/la-crisi-esistenziale-della-ue/

giovedì 15 settembre 2016

Maurizio Blondet : Trotsky sapeva già tutto sull’Europa


Maurizio Blondet 14 settembre 2016

Era il luglio 1924. Era stato lanciato il Piano Dawes,  la geniale costruzione con cui la finanza americana  consentì alla Germania di tornare a pagare le riparazioni della Grande Guerra   facendole  un prestito obbligazionario di 200 milioni di dollari (800 di marchi) collocati a Wall Street, e alle industrie Usa di esportare in Europa la sovrapproduzione,  e inoltre  di legare l’economia tedesca, e in subordine l’europea,  a Washington.  

Leone Trotsky (Lev Davidovic Bronstejn)   che era ancora  Commissario del Popolo (ministro) alla Guerra, fondatore e capo dell’Armata Rossa, sterminatore delle armate bianche, numero 2 del PCUS dopo Lenin, pronunciò un Discorso sulle prospettive dell’evoluzione mondiale  che un simpatico bibliofilo Nicolas Bonnal, ha ripescato dal dimenticatoio. 

Eccone uno stralcio.

“Adesso il capitale americano comanda ai diplomatici;  Si prepara a comandare  ugualmente alle banche e ai trust europei, a tutta la borghesia europea. In una parola, vuol ridurre l’Europa capitalista ai minimi termini; ossia, indicare ad essa quante tonnellate, litri o chili di questa o quella  materia ha diritto di comprare o di vendere”.
A questo  scopo, l’Europa sarà balcanizzata. “Già nelle  tesi   per  il terzo congresso dell’Internazionale Comunista  scrivevamo che l’Europa è balcanizzata. Questa balcanizzazione continua tuttora”.

E come lo faranno i banchieri?   Per esempio, “Se sarà in guerra [commerciale] con l’Inghilterra,  l’America farà appello alle centinaia di milioni di indù e  li inciterà  a sollevarsi per difendere i loro intangibili diritti nazionali. Agirà allo stesso modo nei riguardi dell’Egitto, dell’Irlanda eccetera.  Esattamente come ora, per metter sotto pressione l’Europa, si ammanta del mantello del pacifismo, ella interverrà come la grande liberatrice dei popoli coloniali”.

L’intervento umanitario. Anzi gli interventi umanitari che abbiamo visto in Afghanistan, Irak,, Libia, Siria.  (Abbiamo invaso l’Afghanistan, si ricorderà, per liberare le donne dal burka)
“La storia favorisce il capitalismo americano, proseguiva Trotsky.   Per ogni rapina, le serve una parola d’ordine   di emancipazione,   In Europa, gli Stati Uniti domandano l’applicazione della politica delle ‘porte aperte’ […]  la loro politica riveste sempre  l’apparenza di pacifismo, a  volte anche di fattore di emancipazione”.

Non saranno le destre – preconizza ancora  Trosky –  ad aiutare gli americani nella balcanizzazione  e subordinazione   d’Europa; no, saranno le sinistre, i “progressisti”.

“Mentre l’America edifica il suo piano   e si prepara a  mettere tutto il mondo ai minimi termini, […] la socialdemocrazia è incaricata di preparare questa nuova situazione, ossia  ad aiutare politicamente il capitale americano  a razionare  l’Europa.  Che fanno in questo momento la socialdemocrazia tedesca e francese, che fanno i socialisti di tutta Europa?  Educano e si sforzano  di educare le masse operaie nella religione dell’americanismo; ossia fanno dell’americanismo, del ruolo del capitale americano in Europa, una nuova religione politica”.

“In altri termini, la social-democrazia europea diventa attualmente l’agente politica del capitale americano. E’ forse un fatto inatteso? No, perché la socialdemocrazia essendo l’agente della borghesia, doveva fatalmente, nella sua degenerazione politica, diventare  l’agente della borghesia più forte, la più potente”.

L’esito finale è parimenti descritto con insuperabile chiarezza: una interdipendenza nell’indebitamento.  “La politica  europea dell’America è  basata interamente su questo principio.  Germania, tu paga alla Francia [coi soldi che noi ti prestiamo, ndr.] ; Italia, paga  all’Inghilterra; Francia, paga all’Inghilterra; Russia, Germania , Italia, Francia e Inghilterra, pagate me. Ecco cosa sta dicendo l’America.  Questa gerarchia dei debiti   è una delle basi del pacifismo americano”.

Ma non si deve credere che Bronstein  in arte Trotsky  sapesse queste cose per scienza infusa.  Di queste ‘gerarchie di debito’ messe in atto dalla finanza Usa era stato, lui e il partito bolscevico, un importante beneficiario.  Il 4 agosto 1916 il banchiere Olof  Aschberg, della Nya Bank di Stoccolma,  lanciò  un prestito di 50 milioni di dollari alla Russia,   grazie a un sindacato guidato dalla National City Bank dei Rockefeller;  a chi dubitava  della convenienza di investire nei titoli di quel debito (le armate dello Zar si disfacevano davanti all’avanzata tedesca), Aschberg dichiarò al New York Times:  Vedrete, sarà un buon investimento. “Molti americani    sono  oggi  a Petrogrado in rappresentanza delle loro aziende e seguono da vicino gli sviluppi; appena interverranno certi cambiamenti, prenderà il volo una  massiccia corrente di scambi con la Russia”.

Fra  gli americani insediatisi in Russia  c’era William Boyce Thompson, uomo dei Warburg (Kuhn & Loeb), direttore della appena fondata  Federal Reserve dal 1914.  Il personaggio   ricomparve  a Petrogrado come capo di una missione speciale della Croce Rossa Internazionale  (il che gli conferiva una immunità diplomatica, e se l’era procurata con una donazione di mezzo milione di dollari alla Croce Rossa),  e  il governo Kerenski lo identificò come “l’ambasciatore non-ufficiale degli Stati Uniti”. 

Nel Washington Post del 2  febbraio 1918 si trova un trafiletto che lo nomina: “B.W. Thompson, donatore della Croce Rossa, che si trovava a Petrogrado   tra luglio e novembre 1917, ha personalmente versato un milione  di dollari ai bolscevichi per sostenere la diffusione della  loro dottrina in Germania e Austria”.

Erano tempi in cui miliardari come  F. A. Vanderlip, presidente della già c citata National City Bank dei Rockefeller, si dichiarava apertamente un bolscevico; in cui J. M. Morgan in persona donava alla ‘causa’ (di Thompson e della sua missione di Croce Rossa)  100 mila dollari di tasca sua; e decine di finanzieri di gran nome partecipano alla Lega per l’Aiuto e la Cooperazione con la Russia (bolscevica)  fondata da C.A. Coffin,  amministratore delegato della General Electric.  I mesi in cui Mary Fels (nata Rotschild), moglie di un magnate  dei saponi, dona ‘personalmente’ l’equivalente di 500 mila sterline di oggi a Lenin. 

Nel 1920  Robert Dollar (!)  magnate dei noli marittimi, si farà beccare   mentre tenta di spacciare in modo fraudolento una partita di rubli-oro zaristi per il governo sovietico.  Meno noto è l’apporto finanziario britannico. Trotsky stesso ricorda nelle sue memorie  che nel 1907 un finanziere inglese gli accordò “un grosso prestito” da ripagare dopo il rovesciamento dello Zar  – con tutto comodo dunque. Chi era il generoso? Trotsky lo confidò a un compagno di strada della rivoluzione rossa, Arsen de Goulevitch: “Privatamente mi è stato detto che lord [Alfred] Milner ha speso oltre 21 milioni di rubli per finanziare la rivoluzione”. Lord Milner, con Cecil Rhodes, è uno dei grandi nomi dell’imperialismo britannico  in Africa.

Trotsky, espulso dalla Francia, arrivò negli Stati Uniti nel gennaio 1917, con moglie e  figli. Si stabilì a New York.  Secondo una leggenda metropolitana,  trovò impiego alla Fox Film – dove nessuno l’ha mai visto e dove sarebbe stato di poca utilità, non essendosi mai curato di imparare l’inglese.  La sua non fu una residenza di povero fuggiasco emigrato in miseria: e non erano certo le collaborazioni al giornale bolscevico per emigrati (Novy Mir), né al quotidiano Yiddish  Forvert a dargli i mezzi  per campare. Eppure abitava in un bell’appartamento del Bronx  fornito di telefono e persino – con stupore dei figli, allora ragazzini – di un frigorifero.  Ancor più stupiti furono i ragazzi a vedere che papà disponeva di una limousine con autista.

Una limousine con autista è un  lusso da banchiere.  Senza poter avere prove documentali, si è certi che  il generoso sostenitore di quel   livello di vita sia stato Jacob Schiff, il numero uno della Kuhn  & Loeb,  il ‘re’ di Wall Street. Solo molti decenni dopo ( nel 1949), un nipote di Jacob Schiff racconterà che il nonno aveva speso, per rovesciare lo Zar e sostenere i  movimenti rivoluzionari  in Russia, 20 milioni di dollari:  fino al 1917:  mezzo miliardo di dollari al valore attuale.

Del resto Bronstein in arte Trotsky a New York restò solo tre mesi. Nel  marzo 1917  si imbarcò sulla svedese Kristianiafijord.  Le guardie di frontiera canadesi lo fermarono però durante lo scalo ad Halifax:  come sospetta spia tedesca.   Era noto  per aver detto, prima di imbarcarsi: “Vado in Russia a completare la Rivoluzione e far uscire il mio paese dalla guerra contro la Germania”, e il Canada, paese del Commonwealth, era in guerra con la Germania.  In più, Bronstein parlava tedesco meglio del russo, per giunta,  aveva in tasca 10 mila dollari – in contanti – al valore attuale, sarebbero 204 mila dollari:  soldi germanici, conclusero i doganieri (non sapevano dei generosi donatori di  Wall Street). Fatto sta che  lo internarono, con la famiglia,  nel campo di concentramento installato ad Halifax per  internati nemici germanici…

Sarebbe troppo lungo descrivere la tempesta di telefonate, telegrammi e dispacci in cifra che si scatenò tra Wall Street,  Londra e Washington per far riprendere a Trotsky la strada verso la Russia. Basterà dire che ad ingiungere ai canadesi la sua liberazione fu Sir William Wiseman, il capo dei servizi britannici (allora insediato a New York, per  fare lobby per l’intervento Usa) certo su sollecitazione  di Warburg, di Schiff, e di più alti ed oscuri protagonisti: come il ‘colonnello’ Mandell House, intimo consigliere del presidente Woodrow Wilson (senza che mai si sia capito  come, per quale ricatto, ne sia divenuto “consigliere”  al punto, che Wilson gli obbediva come  cagnolino).  

Fatto sta che ad Halifax arrivò come un lampo un passaporto interstato a Trotsky: un passaporto americano,   con visto di transito britannico e visto d’entrata in Russia – che stupì anche la legazione USA  a Stoccolma. Secondo lo storico Anthony Sutton ( Wall Street and the Bolshevik Revolution,  NY, 1974, p. 25),  “il presidente Wilson è stata la fata benefica che provvide a Trosky il passaporto perché tornasse in Russia a ‘completare’ la rivoluzione…nel momento in cui i burocrati del Dipartimento di Stato, allarmati dal fatto che tali rivoluzionari entravano in Russia stavano cercando di restringere  le procedure  dei passaporti”.  Ma probabilmente, Wilson nemmeno sapeva  chi fosse  Trotsky: aveva dato gli ordini in obbedienza a Mandell House, come sempre.

Interessante sapere che sul Kristianiafijord,  insieme alla piccola corte di Trotscky (nove persone, fra cui cinque bolscevichi  russi), oltre quasi 300 passeggeri identificati come  marxisti (fra cui un giapponese), c’erano vari uomini d’affari americani. Fra cui, in ottimi rapporti con Bronstein, il capo della Westinghouse per la Russia, Charles R. Crane.
Il perché di tanto accanito favore può sfuggire agli ingenui che credono che fra Wall Street e il bolscevismo   esista una contraddizione in termini, come fra liberismo senza freni e socialismo totale. 

A parte l’odio ebraico implacabile contro la monarchia zarista nutrito ferocemente da Schiff, come spiegò   nel 1924  Otto Kahn, allora direttore della Kuhn & Loeb a visitatori bolscevichi, “ciò che distingue voi radicali da noi, non è tanto il fine, quanto i mezzi per raggiungerlo” .  

Il fine lo delineò  nel 1932  J.P. Warburg, della dinastia di banchieri, allora consigliere di Roosevelt: “Dobbiamo promuovere una economia pianificata e socialista, e in seguito integrarla in un sistema socialista di dimensione mondiale”.

Col tempo  la Kunh & Loeb ha ambiato nome . Con la fusione fra Lehman e American Express è diventata la Lehman Brothers; apparentemente liquidata con la bancarotta del 2007.   Ma ormai l’involucro non serviva più.


domenica 11 settembre 2016

Soros e Francesco, uniti nella lotta...




 by Maurizio Blondet

Ormai da settimane ignoti hackers hanno messo in linea 2500 e-mail riservate fra Georges Soros, i dipendenti delle sue fondazioni  –  capeggiate dalla casa-madre,  la Open Society Foundation  e i  riceventi dei suoi  doni. I media ne tacciono, perché sono ovviamente imbarazzanti. Si vede per esempio che lui ha dato direttive ad Hillary Clinton quando era segretaria di stato,  su una crisi in Albania (sic) e su come risolverla: direttive che Hillary ha seguito alla lettera. Si vede anche che alla campagna di Hillary ha versato 30 milioni di dollari, il che ne fa’ il maggior donatore singolo.

Ma non basta. Se una cosa risalta in queste mail,  è la megalomania di questo    gran burattinaio. Non c’è  area del mondo dove non finanzi attività (sovversive, o ‘filantropiche’); non una politica pubblica che non si proponga di ‘riformare’ in ogni parte del pianeta, sganciando soldi ai locali ‘riformatori’, che hanno sempre un carattere sinistroide e libertario. Megalomane e insieme,  micro-gestore  di tutta la realtà.  

Come abbiamo visto, Soros finanzia Arcigay in Italia, e Planned Parenthood (in Usa (l’ente  pro-aborto che l’hanno scorso s’è scoperto faceva commercio di organi di feti);  ha pagato rivoluzioni colorate e l’opposizione ad Orban in Ungheria; istiga la giunta di Kiev a fare la guerra alla Russia; gestisce (attraverso apposite ONG) l’inondazione di immigrati in Europa, e  nello stesso tempo  eccita organizzazioni di minoranze etniche latinos in Usa, allo scopo di far cambiare  la demografia dei collegi elettorali  in modo da favorire Hillary contro Trump.  Per lo stesso scopo, paga organizzazioni razziali come Black Lives Matter  (650 mila dollari) perché interrompano i comizi di Donald. 

Ha  finanziato ripetuti  tentativi di manifestazioni LGBT a Mosca, pagando le trasferte di celebri   travestiti e sodomiti; in Europa, ha ‘gestito’ certe elezioni, facendo eleggere candidati favorevoli all’immigrazione senza limiti, e finanzia gruppuscoli che in Usa si battono non solo  per il “diritto delle donne” e LGBT di entrare nelle unità combattenti, ma il dovere di allogarle in caserme unisex; o gruppi che stanno conducendo la meritevole battaglia per toilettes pubbliche per trans.  Tutto in nome di un evidente scopo finale: la dissoluzione di ogni ordine, gerarchia e stabilità nelle società umane.

Poteva tal miliardario mancare di estendere  le sue cure lobbistiche al Vaticano, dal momento della elezione di un “Francesco” così attivo nella dissoluzione. Dai documenti rivelati si scopre che Soros ha progettato subito di influenzare  il Vaticano “impegnando il Papa  sui temi della giustizia economica e razziale”.

Nel maggio 2015,  il consiglio direttivo in Usa della Open Society di  Soros prende un’iniziativa che viene così riferita:
Pope Francis Visit – $650,000 (USP)  – vengono ciè stanziati alla bisogna 650 mila dollari.  Segue  la veloce delineazione della strategia:
“La prima visita di Papa Francesco in Usa a settembre  includerà una storica allocuzione al Congresso [un privilegio mai concesso ad alcun pontefice in un sistema politico ostile ai ‘papisti’. Ndr], un discorso alle Nazioni Unite, e una visita a Philadelphia   per “l’incontro mondiale delle famiglie”.  

Per approfittare del momento, noi sosterremo le attività di PICO per coinvolgere il Papa sui temi della giustizia economica e razziale; useremo l’influenza del cardinal Rodriguez, primo consigliere del Papa, e contiamo di spedire una delegazione in Vaticano in visita,  a primavera o estate, per fargli sentire direttamente la voce dei cattolici di basso reddito in America”.
http://soros.dcleaks.com/view/?q=vatican&div=us

L’ente percettore dei soldi, PICO (People Improving Communities through Organizing)  è una organizzazione fondata da un gesuita, John Baumann, nel 1972. Baumann  faceva parte di una organizzazione creata nella Grande Depressione da un agitatore ebreo, Saul  Alinsky, che intendeva scatenare la rivoluzione socialista;  svanito il progetto, la PICO resta un movimento di estrema sinistra che unisce comunità su base ‘religiosa’  che si propone la redistribuzione della ricchezza, fra l’altro “mettendo leader religiosi nei consigli di amministrazione delle banche”. 

 Dio sa quanto il capitalismo americano abbia bisogno di redistribuire le ricchezze; potrebbe cominciare proprio Soros. Ma come il miliardario coniughi le aspirazioni di PICO con  i  finanziamenti miliardari che fa’0 ad organizzazioni per l’aborto, l’eutanasia, il ‘gender’, il matrimonio Gay e la distruzione della famiglia, è un mistero  che non abbiamo il modo di sviscerare.

Più interessante i rapporti cordialissimi che la Open Society Foundation di Soros , mostra di avere per il cardinale  Óscar Rodríguez Maradiaga;  honduregno, personaggio ambiguo nei suoi rapporti  (favorevoli)  con un potere golpista  nel 2010  in Honduras,   ragion per cui fu invitato  a Roma dalla  Comunità di Sant’Egidio a parlare sul tema: “Oltre la violenza e la povertà. Proposte di cambiamento per l’America Latina”.  

Uomo di fiducia di El Papa, che lo ha elevato al ruolo di ‘coordinatore’  del gruppo di 8 cardinali da cui si fa’ affiancare nella ‘riforma della Chiesa”, ossia nel governo senza controllo – come si fa nei golpes sudamericani. In pratica è il capo della  Junta Suramericana che sta schiacciando, umiliando e terrorizzando la Curia.

Il direttorio della  Foundation di Soros   sottolinea la ‘intima amicizia” che El Papa mostra al cardinal Rodriguez  Maradiaga e del fatto che già adesso sta “usando la sua influenza” nel Vaticano per promuovere le idee più   radicali sulla eguaglianza economica, che sono quelle che Soros caldeggia e propone (e piacerebbe sapere perché).  

Del resto è noto che  la Open Society finanzia gruppi cattolici di sinistra in Usa,e  insieme MoveOn org, un  gruppo neocon  ferocemente anticattolico che pesca nella destra repubblica  (attualmente preme sugli esponenti del  partito perché   depennino Trump come candidato..) e che si è distinto per una campagna calunniosa contro Benedetto XVI accusato di coprire i preti pedofili.

Ma ora c’è “Francesco” e tutto cambia.    Attenzione: i progetti di influenzare EL Papa da parte di Soros sembrano perfino timidi, rispetto  all’ardimento mostrato da “Francesco”:  le mail  risalgono all’anno scorso, e ora la personalità  modernista (forse massonica)  del nostro è molto più chiara.  In ogni caso,  non va dimenticato che nel dicembre 2015  El Papa non ha esitato di farsi pagare   da protagonisti dell’ideologia globalista la scenografica profanazione  di San Pietro, su cui han proiettato gigantesche immagini di belve, scimmie e selvaggi – un trionfo della “natura”  sulla cultura e sulla storia, dal titolo simbolico “Fiat Lux”, a segnalare che finalmente la luce del progresso illuminava l’oscurantismo clericale. 

Lo spettacolo osceno era stato pagato dalla Banca Mondiale, e specificamente dal suo programma per il terrore del riscaldamento climatico (bisogna ridurre le emissioni..), dal numero due della Microsoft Paul Allen e da una organizzazione chiamata Okeanos Fondazione per il Mare.  Ma per la Junta vaticana era semplicemente la celebrazione ed apoteosi della enciclica “Laudato Sì”, prima enciclica ambientalista mai emessa da un Papa, ma soprattutto quasi franca proclamazione della  speciale gnosi panteista-evoluzionista che è la vera fede di “Francesco”: un immanentismo che deve molto a Theilard De Chardin, per il quale Cristo essendosi fatto  materia,  ha divinizzato  non solo il genere umano ma l’intera natura. 

Onde El Papa esorta, come nuovo dovere cattolico, a sviluppare in noi la coscienza eco-New Age  “di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale” (nº 220).  Niente più accettazione della Croce, ma sì alla raccolta differenziata e al governo globale del clima.
Secondo il vostro cronista, El Papa non ha certo bisogno di farsi suggerire programmi da Soros. Sta “conducendo” la Chiesa “per nuovi cammini”  ignorati dalla Chiesa e dal suo Fondatore per duemila anni. Bisognerà riparlarne. Qui sotto potete trovare qualche spunto essenziale sulla ideologia di El Papa:
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1294_Da-Silveira_Note_su_Laudato-si.html

Un’altra organizzazione  cattolica finanziata da Soros e nominata dai direttivo è la FPL ( Faith in Public Life); ad essa, con la donazione, vengono impartiti gli ordini. La FPL deve organizzare sondaggi per “dimostrare  che i votanti cattolici  rispondono con favore alla concentrazione del Papa sull’ineguaglianza di reddito”  e  una azione militante per convincere i cattolici “pro family”; che essere “pro-family” richiede affrontare il problema della iniquità economica. Il che è giustissimo, Non si vede però  che bisogno ci sia di pagare per ottenere sondaggi “a priori” favorevoli a una data tesi; e che un gruppo anti-capitalista sia finanziato riccamente dal più famoso speculatore dei nostri anni.

La Open Society ha anche un “advisory board”,  un gruppo di consiglieri fra cui appaiono giornalisti, anche importanti, come l’opinionista della Washington Post DanielleAllen, e Steve Coll, del  New Yorker. Il che può contribuire a spiegare come mai la  fuga delle email di Soros non ha fatto notizia in Usa: non è proprio comparsa nemmeno come breve di cronaca. Un altro motivo è che l’intera classe mediatica americana sta sostenendo la Clinton  con i  mezzi più vergognosi, abbandonando ogni minima pretesa di oggettività, e quasi suicidandosi in questa operazione, buttando al macero la propria reputazione, in modo – direi – terminale, come se non ci fosse un domani.

A che scopo tutto ciò?, si chiederà il lettore, a questo punto completamente smarrito – e con ragione.   Esiste tuttavia un possibile bandolo della matassa, che è utile tenere in mano nel groviglio delle donazioni di Soros. Si trova  nelle e-mail dove il  direttivo della  Open Society  segnala il pericolo rappresentato dal fatto che “La Russia cerca di aumentare la propria influenza nella vita politica europea”.  Bisogna assolutamente contrastare “il sostegno della Russia a movimenti che difendono i valori tradizionali”.  E’ non la “reazione” o “il populismo”, ma esattamente la Tradizione che viene qui indicata come il nemico – il nemico della Dissoluzione – da  stroncare. Per il progetto, si chiedono 500 mila dollari. Da aumentare per “bisogni imprevisti”.


fonte: http://www.maurizioblondet.it/soros-francesco-uniti-nella-lotta/
http://russia-insider.com/en/dc-leaks-reveal-5th-column-soros-plan-counter-russian-foreign-policy-and-subvert-russian-traditional