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domenica 9 gennaio 2011

LA TASSA PATRIOTTICA DI AMATO...MA DI QUALE PATRIA?

Patrimoniale si o no?

Ecco perché la "patrimoniale patriottica" di Giuliano Amato non potrebbe mai funzionare.
di Enrico Cisnetto, 31 dicembre 2010
fonte: http://www.wallstreetitalia.com/article.aspx?IdPage=1061798

Il 2011 sarà l'anno della "patrimoniale patriottica"? Il primo a parlarne è stato Giuliano Amato, poi a seguire Pier Carlo Padoan, Stefania Camusso e molti altri.
Dice in sostanza il neo partito della tassazione una tantum: l'Italia ha 1.867 miliardi di debito pubblico, cioè poco oltre 30 mila euro a testa, ma la ricchezza netta privata è oltre quattro volte e mezza di più, pari a 8.600 miliardi; questo significa che ogni italiano ha un debito (pubblico) di oltre 30 mila euro, ma possiede un patrimonio di circa 135 mila.

Dunque, se ciascuno desse un contributo straordinario allo stato di 10 mila euro, si raccoglierebbero 600 miliardi, che consentirebbero di ridurre di colpo di un terzo il debito, dall'attuale livello del 118 per cento all'80 per cento del pil, mettendo l'Italia in linea con la media europea e liberandola da un fardello che le impedisce di crescere e soprattutto di fare politiche rivolte al futuro, per i giovani.

In linea teorica il ragionamento non fa una piega, e io non ho mai avuto alcuna preclusione "ideologica" verso una tassa di tipo "patrimoniale", tanto più in un paese "ricco" come il nostro, nel senso che da un paio di decenni produce poco reddito ma conserva un grande patrimonio. E' però sulla postilla aggiunta da Amato che i conti non tornano.

Egli sostiene che gli italiani abbienti siano un terzo della popolazione, e che tocchi a quei 20 milioni di persone pagare, seppure in un biennio, 30 mila euro ciascuno. Le cose stanno diversamente. Se il criterio con cui selezionare la platea dei "patrioti" che devono pagare la patrimoniale fosse quello del reddito imponibile, non si andrebbe da nessuna parte, visto che se statisticamente su ogni contribuente grava un peso annuo di tasse, imposte e tributi pari (in media) a 7.350 euro a fronte di 18.873 euro di imponibile, è pur vero che trattasi del classico "pollo di Trilussa", perché solo poco più dell'i per cento dei contribuenti denuncia redditi annui superiori ai 100 mila euro, cui tocca pagare il 18 per cento del totale delle imposte, mentre ci sono ben 10,7 milioni di "troppo poveri" esentati dall'Irpef.

Insomma, nelle condizioni di pagare la patrimoniale anti-debito ci sarebbero circa 800 mila italiani. Se a costoro si chiedessero tutti i 30 mila euro di cui sono teoricamente debitori, si raccoglierebbero "solo" 24 miliardi. E il resto? Senza contare che così non pagherebbero i più ricchi, ma gli onesti che non evadono il fisco. Allora bisognerebbe verificare l'entità del patrimonio. E qui ricasca l'asino.

Perché la Banca d'Italia che ci ha detto di stimare in 8.600 miliardi netti, di cui 4.800 in immobili, l'intero patrimonio privato nazionale, ci dice pure che il 45 per cento di esso, cioè 3.870 miliardi, è in mano al 10 per cento delle famiglie, mentre il restante 90 per cento è costretto a dividersi "solo" 4.730 miliardi. Che se fossero distribuiti equamente farebbero poco più di 200 mila euro a nucleo, ma così non è.

E comunque, vista la prevalenza degli immobili, come si determina il "fair value" della ricchezza dichiarata, anche senza considerare l'inattendibilità del catasto in molti comuni? D'altra parte, i cosiddetti "high net worth individuals" (termine internazionale che definisce le persone fisiche con un patrimonio superiore al milione di dollari) in Italia non superano quota 200 mila. Dovremmo tassarli per 3 milioni a testa? Dunque, al famoso "20X30" non ci si arriva, quale che sia il criterio adottato. E per incassare meno, il gioco non varrebbe la candela.

Inoltre, come si pagherebbe la patrimoniale? Le famiglie non dispongono di sufficiente liquidità, perciò o si consente una rateazione dell'imposta, allungando però l'effetto di diminuzione del debito pubblico nel tempo, o si ricorre alle banche.

In quest'ultimo caso, si dovrebbe imporre al contribuente di indebitarsi con il sistema bancario per l'equivalente del dovuto (a quale tasso? per quanti anni? e se riparte l'inflazione?); così il gettito verrebbe corrisposto inizialmente dalle banche, ammortizzando una quota equivalente di debito pubblico circolante. Di conseguenza, il debito pubblico si trasformerebbe per molti anni in debito del settore privato, mentre il sistema creditizio vedrebbe compromesso il proprio equilibrio patrimoniale e la propria liquidità. A danno dell'economia.

Come si vede, comunque la si giri, si tratta di un'equazione impossibile prima ancora di porci il tema del consenso politico che intorno a questa idea dovrebbe formarsi. Ma qui sta anche un secondo ordine di motivi di opportunità per cui la proposta Amato non è praticabile. Perché il patrimonio privato dovrebbe essere messo al servizio della riduzione dello stock dell'indebitamento delle amministrazioni pubbliche?

O meglio, perché lo si dovrebbe fare senza che nulla sia stato fatto per modificare la condizione della finanza pubblica, salvo la lodevole opera di contenimento della sua ulteriore espansione (cosa diversa dal tagliare)? Si può anche chiedere agli italiani una tassa patriottica, ma solo se si offre loro un nuovo patto sociale che preveda una pressione fiscale largamente inferiore, sia per le persone fisiche (detassare gli onesti) che per le imprese (detassare la produttività). Ma questa è un'altra storia. Buon anno.

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