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giovedì 29 settembre 2011

FACEBOOK HA FORMATO UN COMITATO POLITICO! TOH... CHE SORPRESA...

Una lobby per i candidati NEW YORK - La battuta più bella l'ha lanciata il giovane Andrew, nome in codice Ranggrol, l'eroe di Twitter che con migliaia di iscritti raccoglie bene il disincanto della rete: "Facebook ha formato un comitato politico? Per fortuna hanno già tutte le informazioni che vogliono su di noi: così non avranno bisogno di tormentarci".

La ricreazione è finita: il social forum più grande del mondo, 800 milioni di iscritti, 150 milioni solo qui in America, diventa un forum politico. Apre un Pac: cioè uno di quei Political action commitee che servono negli States a foraggiare la politica. Di più: a "influenzare le elezioni", come recita la legge federale che li regola.

Addio al sogno dei liberi utenti nella libera rete. Facebook come la Coca Cola, come la General Motors, come At&T. Facebook come una qualunque delle multinazionali che a colpi di Pac e di lobbisti hanno segnato - e sfregiato - la storia di questo paese.

La decisione di Mark Zuckerberg risponde com'è normale alla logica di impresa. "Il Pac darà ai nostri impiegati un mezzo per farsi sentire nel processo politico: sostenendo candidati che dividono i nostri stessi obiettivi" dice il portavoce della compagnia Andrew Noyes. E per la verità quegli obiettivi erano già "promossi" dall'ufficio che la compagnia ha aperto cinque anni fa con una sola persona. E oggi conta a Washington una dozzina di specialisti: tra cui quattro lobbisti ufficiali.

Era bastato già questo a fare arricciare il naso. L'attività di lobby è legalmente riconosciuta per condizionare a colpi di milioni le leggi del Congresso: una simpatica tradizione capitalista che trova la sua giustificazione in quel baluardo della Costituzione che è il primo emendamento della libertà di espressione e di "petizione". Con il Pac siamo al passo successivo: è la struttura che permette a una compagnia di scegliersi e foraggiare i politici che più fanno il proprio gioco. Per dirla nel linguaggio di Facebook: i politici più amici. O gli amici degli amici.

D'altronde è la foglia di fico che cade. Prima Google - che il suo bel Pac l'aveva confezionato già nel 2006 - e poi Facebook hanno visto aumentare le spese di lobbying. Google ha quasi raddoppiato: da 1,48 milioni a 2,06 milioni di dollari. Quanti problemi da risolvere: giusto la settimana scorsa il presidente Eric Schmidt è salito al Congresso per essere torchiato sul rispetto della privacy e delle norme antitrust.

La compagnia di Zuckerberg solo quest'anno ha speso oltre mezzo milione di dollari. Ma ciò che allarma di più gli esperti è altro. In fondo Google è un mezzo: quantomeno è nato come tale - cioè come motore di ricerca prima di gettarsi ora nel business del sociale con Google plus. Facebook è invece e soprattutto una comunità. Facebook siamo tutti noi che su quella piazza virtuale ci scambiamo informazioni. E adesso ci ritroveremo - con tutta la nostra storia personale - buttati in politica.

Sì, già negli ultimi tempi da Facebook a Google a Linkedin si sono moltiplicate dibattiti e show con sfilate di politici: da Barack Obama in giù. E adesso? Il confine è labile. E a sfatare le preoccupazioni scende in campo addirittura il padre della rete Vint Cerf. Lo scienziato che con i suoi studi aprì al web (e oggi lavora per Google) spiega alla rivista Atlantic che la corsa ai Pac è la reazione naturale ai politici che non sanno di che cosa legiferano: così è giusto che attraverso i Pac le compagnie possano e sostenere "i candidati meglio informati". Il ragionamento ci starebbe anche. Ma come direbbero i ragazzi di Twitter: informati, e soprattutto pagati, da chi?

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