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domenica 11 marzo 2012

HOMO SAPIENS SAPIENS: SOLO PIERO ANGELA CONTINUA A CREDERCI...

Nel corso dei decenni – coerentemente con le sue premesse ideologiche – l’evoluzionismo stesso «si è evoluto». Molte delle concezioni originarie di Darwin sono state riviste e in certi casi tacitamente abbandonate dai suoi sostenitori.

Il darwinismo ottocentesco tuttavia continua a vivere nelle trasmissioni di Piero Angela, che a sua volta attinge dagli affascinanti documentari della BBC. L’idea che tanti piccoli ominidi si mettano in fila e che l’ultimo della fila sia l’Homo Sapiens Sapiens; l’idea che il Neanderthal sia un vecchio nonno defunto (un «caro estinto» verrebbe da dire) continuano ad essere divulgate al popolo dei telespettatori e anche agli studenti.

Quando si supera l’ambito della divulgazione le cose si fanno più complesse. La fila evolutiva degli ominidi si sparpaglia come una fila di studenti discoli in gita sco-lastica; si scopre che il Neanderthal non è un nostro progenitore e che in passato sono esistiti tanti diversi modi di umanità.

L’Homo Sapiens Sapiens si è affermato perché meno «specializzato», meno adattato a una singola nicchia biologica. Il Sapiens Sapiens non ha sviluppato armi naturali, ma fin dall’inizio ha posseduto la prodigiosa capacità di produrre cose nuove, riflesso di una intelligenza singolare. Eppure egli è indifeso: nella corsa, nello scontro corpo a corpo con i predatori difficilmente compete. I suoi stessi tratti somatici conservano qualcosa di infantile (è ciò che gli etologi chiamano «neotenia»), al contrario lo scimpanzé e i gorilla ci appaiono come esseri «senili», caduti in una misteriosa vecchiaia biologica.

Tra i darwinisti, uno dei più importanti dell’ultima generazione, Stephen J. Gould ha introdotto delle riforme significative rispetto alla teoria originale. Gould ha affrontato con chiarezza uno dei problemi più drammatici della dottrina: la mancanza di anelli di congiunzione. Il celacanto che si supponeva essere il trait d’union tra pesci e anfibi si è rivelato essere un pesce… delle profondità marine. L’Archeopterix che doveva portare i rettili in cielo, così come l’Uomo di Piltdown si sono rivelati astuti prodotti di manifattura (vale a dire frodi scientifiche).

Nel repertorio di fossili più vicini alla nostra famiglia, alcuni appaiono «umani, troppo umani» sia pur selvaggi e primitivi; altri ricadono ineluttabilmente nel pianeta delle scimmie. Gould ne prende atto ed elabora la teoria degli «equilibri punteggiati»: a lunghi periodi di «ordine» in cui le specie rimangono immutate e in equilibrio tra di loro, seguono fasi di tumultuosa trasformazione. All’ordine statico succede la rivoluzione ed esplodono forme nuove.

Ma possono piccole mutazioni graduali sedimentarsi e produrre alla cieca forme completamente diverse? La questione del darwinismo è tutta qui. Ed è una questione ancora aperta. Maurizio Blondet nel suo saggio La Disfatta dell’Evoluzionismo, pubblicato da pochi giorni dalla casa editrice Effedieffe, ritiene che Gould nel corso della sua esistenza di ricercatore (conclusasi nel 2002 con la morte) sia giunto al punto di massima revisione del darwinismo: è stato così neo-darwiniano da risultare alla fine «post-darwiniano». «Il Gorbaciov del darwinismo» lo definisce Blondet. Come Gorbaciov voleva solo revisionare il motore del socialismo realizzato e invece produsse il crollo finale dell’Unione Sovietica, così Gould pensava di poter puntellare l’edificio ottocentesco della teoria darwiniana e forse ha posto le premesse di un cambio di paradigma scientifico.

Lo sviluppo della scienza ha radicalmente cancellato l’idea che la vita microscopica sia una vita «semplice», elementare. Anche il più piccolo batterio è più complesso di un’astronave. La sua complessità è irriducibile: tutte le proteine di un batterio devono essere perfettamente disposte fin dall’origine se il batterio vuole vivere, sopravvivere e riprodursi. Il Dna d’altra parte non è una catena di perline che si infilano una alla volta, ma è un sistema: paragonabile al software informatico. Esso peraltro contiene in sé un programma di autocorrezione che elimina nel giro di qualche generazione gli «errori di trascrizione».
 
(...) Ma se la scienza del Duemila si allontana da molti presupposti darwiniani, quale è l’alternativa? I creazionisti dell’Alabama?

Quelli che non aggiungono un giorno ai sette della Genesi? Anche qui Blondet attesta una «evoluzione» ideologica. Alla vecchia schiera dei creazionisti è succeduta una giovane generazione di scienziati che padroneggiano la fisica, il calcolo delle probabilità, l’informatica oltre che la biologia. Sono i teorici dell’ «intelligent design»: scorgono negli organismi viventi l’impronta di un «progetto». Non dicono che lo ha creato il Dio della Genesi, in sette giorni. Ma fanno notare che tale «design» è espressione di una «irriducibile complessità». (...)


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