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martedì 11 dicembre 2012

2,5 MIO ITALIANS... SI VENDONO ARGENTERIE E SIMILI PER PAGARE BOLLETTE ED AFFINI...




 “Inizia l’età dell’ansia. Non la generica paura per un momento di difficoltà, non la consapevolezza che stiamo vivendo una stagione di vacche magre, ma la percezione collettiva che la realtà stia cambiando in maniera irreversibile e in senso fortemente peggiorativo. E’ questa l’Italia del 2012…”


No,  non l’ho scritta io. Questa frase è l’inizio di un articolo di un autorevole quotidiano[1] che introduce l’ultimo rapporto del Censis sulla situazione del paese, quello che ci spiega che 2,5 milioni di famiglie hanno iniziato a vendere gioielli e argenteria per pagare bollette & affini.

Il fatto che sui media appaiano simili news, vi confesso, mi preoccupa alquanto.

Immagino già lo stress e il super lavoro per Dolores e il suo back office, con tutte le richieste di ri-registrazione che arriveranno da quelli che si erano cancellati infastiditi dal mio catastrofismo. Bisogna capirli: ora che lo dicono anche al tiggì la cosa è più vera. Fra l’altro abbiamo ultimamente qualche problema tecnico, nel senso che la catena di negozi di informatica a cui mi rivolgevo quando Windows si piantava o un hard disk faceva sfrizzz! cancellando tutto, la catena di negozi dicevo ha… ehm, chiuso parecchi negozi.[2] Sarà la crisi?


Vabbé, ma a proposito di informatica: vi annuncio che a breve sarà pronto il nuovo sito di Bassa Finanza. Lo staff TecniCreativo con Rush (il supergrafico) e Till (l’alchimista web) sono agli ultimi ritocchi e per Natale dovremmo avere qualche bella sorpresa. Ve ne parlerò più in là.


Nel frattempo l’altro giorno si festeggiava (con lo spritz) il ritorno dello spread intorno ai 300 punti (che poi gli dev’essere andato di traverso visto siamo di nuovo a 350).“E a noi che ci cambia?” mi ha chiesto il meccanico mentre armeggiava sul mio scooter. Giuro che non ho saputo cosa rispondergli. Ho farfugliato qualcosa qua e là, tanto per non dirgli subito che siamo fritti comunque. Il problema è che se uno vive su quei pianeti di fatine e unicorni, in quegli universi paralleli dove fluttuano gli economisti, gli strategist, i gestori, i consulenti Top e i manager Yes! e i bancari Boh? col prodottino giusto sempre pronto… se uno si aggira troppo da quelle parti finisce per adeguarsi, e il massimo della preoccupazione è se il bonus per i mercati che son saliti (e per tutte le obbligazioni piazzate) me lo pagano subito o fra un mese, e se ne discute all’apericena, con risatine e tintinii di calici; che poi a Natale si va tutti a sciare. 

Dev’essere per questo che a volte ho le allucinazioni. Adesso, per esempio,  abbiamo ObiOmama che negli Usa sta per raggiungere il nuovo tetto massimo del debito (il debt ceiling: siamo sui 16 trilioni di debito pubblico) a distanza di pochi mesi da quello precedente, quando a Washington ci furono scenette e siparietti da avanspettacolo per innalzarlo. Nuovo livello record del debito? Risatine e tintinnii di calici, mi passi un sushi?


Per coloro che purtroppo sono intossicati dal consumo intensivo di news e che quindi hanno le facoltà mnemoniche compromesse, ricordo il discorso tonante del leader Obi quando era ancora un giovane senatore nel 2006, in occasione dell’acceso di dibattito sull’innalzamento del debito (da parte del suo predecessore):[3]


The fact that we are here today to debate raising America’s debt limit is a sign of leadership failure. It is a sign that the U.S. Government can’t pay its own bills. It is a sign that we now depend on ongoing financial assistance from foreign countries to finance our government’s reckless fiscal policies. … Increasing America’s debt weakens us domestically and internationally. Leadership means that ‘the buck stops here. Instead, Washington is shifting the burden of bad choices today onto the backs of our children and grandchildren. America has a debt problem and a failure of leadership. Americans deserve better. 


Traduco, che è divertente:

“Il fatto che oggi siamo qui a discutere per l’innalzamento del tetto del debito americano è il segno di una leadership fallimentare… di politiche fiscali dissennate… Innalzare il debito indebolisce l’America sia a livello interno che internazionale. Leadership significa dire basta alle spese. Invece, Washington sta spostando il peso delle cattive scelte di oggi sulle spalle dei nostri figli e nipoti. L’America ha un problema di debito e una leadership fallimentare. Gli americani meritano di meglio”.


Yes we can. Come cambiano le cose in pochi anni, eh? Dev’essere un’allucinazione collettiva.


Come la Grecia, che è ancora lì a dire (insieme ai Van Qualcosa) che non è in default; ma intanto il suo titolo di stato decennale vale 40, cioè chi lo aveva comprato per la cedola o per accumulare i risparmi, oggi sta perdendo il 60%.


Ho questa visione che siamo, collettivamente (generalizzando, ovvio), come quelli che mangiano salsicce e salami e burro fritto e giù grappini, e poi si ritrovano con la pressione alta, e allora vanno dal dottore, che gli dia la pasticchina per tenere a bada la pressione, mentre ci si continua a riempire di salamelle. Che la pasticchina miracolosa abbia poi effetti collaterali per cui la pressione alta diventa il problema minore, non ci piace sentircelo dire. Vogliamo la dieta a salsicce, grappini e pasticchine. Siamo fritti, più del burro.


E però, uffa, come sono esagerato, mi dico. Allora ogni volta che mi sposto, quando vado in un posto o una città diversa, cerco di guardarmi intorno, che magari le cose non sono come mi sembrano (come ho già fatto a Roma e Napoli; di Milano non saprei dire: ogni volta che ci vado bisogna correre e finisce sempre che mi fiondo nella metro e al massimo vedo i venditori pakistani che cercano di appiopparmi il gattino a pile con gli occhini lampeggianti).

Così, qualche giorno fa ero a Bologna e ne ho approfittato per fare un giro a piedi in centro, sotto i porticati. 

Ci dovessi fare una canzone sarebbe una ballata e la chiamerei il “Bologna Walk Blues”, ma forse il nome della città è intercambiabile. Non so, magari era per l’orario all’imbrunire, o il tempo grigio, ma avevo la netta sensazione che tutto fosse meno luminoso: magari si risparmia sulle lampadine. Poi la solita sfilza di cartelli “Vendesi”, compreso un accorato “Svendesi, 4 vani…”;e l’immancabile schiera di “Affittasi garage” (che comprare il garage per affittare i posti auto era l’affare del secolo, mi dicevano). I negozi che sembra abbiano le ragnatele all’ingresso (come le filiali delle banche), con i commessi come statue di cera al museo.

 E poi i cartelli all’ingresso tipo: “Siamo aperti 25 ore al giorno. Chiusi solo il giorno di Natale dalle 12 alle 14”, mentre negli universi paralleli ci sono dibattiti indignati sul diritto al riposo settimanale. Poi gli immancabili mercatini per strada (che se non sei un catastrofista non ti accorgi che si stanno vendendo l’argenteria, mentre pensi siano collezionisti…).

C’è quest’aria da emergification, tipica di quei paesi dove ci si arrangia come si può.

E dovunque, come nelle altre città, questa sensazione che ci sia meno gente in giro.

PER ACQUISTO



  Ma dove sono finiti?, ti chiedi. Solo all’ora dell’apericena, eccoli spuntare, ecco qualche affollamento ai bar. Ma sono le facce che colpiscono e fanno la grande differenza con i paesi di altre parti (più povere) del mondo. Laggiù sorridono spesso. Qui, sarà per il crepuscolo, ma i volti mi sembrano tutti un po’ tristi, stanchi; oppure allegri per forza, ma per lo più nervosetti. Non c’è energia non c’è speranza. Siamo apatici. Forse ci rifiutiamo di rinnovarci perché ci ostiniamo a rimanere aggrappati a una realtà che è già cadavere. Forse siamo viziati da decenni e abbiamo sviluppato la cultura del lamento. Forse siamo fritti e chi l’avrebbe mai detto.

C’è questo silenzio di fondo, il rumore della deflazione; una specie di gemito, come lo scricchiolio sinistro di una nave che rallenta e poi si ferma, si congela, affonda. Mentre l’inflazione e l’iper inflazione te le immagini con le grida della folla che sgomita per accaparrarsi quel che resta sugli scaffali. E ancora non ci siamo: in media ci si sgomita per i gadget e le cazzate (oh! scusate, m’è scappato…) e non per l’ultima pagnotta.


Continuando a camminare per il centro, ecco improvvisamente una grande folla agitata. Poliziotti, ambulanze pronte, la strada bloccata. “Che ci sia già il lancio di un nuovo iPhone?”, mi chiedo. Una manifestazione di protesta? Ma no: è solo una rock star che farà un concerto e la gente si assiepa da ore davanti al suo albergo. Lei non si fa vedere e allora ecco i soliti che si scattano

E così mi viene da pensare alle file. Che ovviamente ci sono sempre state: per accaparrarsi il biglietto per lo spettacolo, la partita, o non perdere il disco appena uscito. Ma allora cos’è che stona oggi? Forse il fatto che abbiamo perso la misura. Oggi è “normale” fare la fila di notte per accaparrarsi un oggetto che costa quanto uno stipendio mensile base o poco meno. Allora provo a immaginare i miei genitori da giovani che fanno la fila per una cosa che gli costa un mese di lavoro. Provo a immaginare me, ragazzino, che gli chiedo di comprarmi un ninnolo che gli costa un mezzo stipendio. E l’unica cosa che visualizzo è che siamo fritti e sarebbe ora di svegliarsi.


Così almeno rimarrà qualcosa per i più piccoli, che sono la nostra vera speranza.

Intanto però anche a Gardaland sono diventati catastrofisti e hanno messo in mobilità il 25% degli impiegati.[4]


Cancellatevi, please. Facciamo presto a uscire da questa allucinazione collettiva, prima che ci si rattristino anche i bambini.  A volte mi dicono: “Ci vuole un segnale di speranza!” Oh, certo: purché non sia la speranza nella pasticchina di cui sopra. La speranza è ovviamente, principalmente, nei piccoli. Solo che loro imparano dai grandi. E cosa imparano?


Qualche segnale positivo si vede, come quelle scuole elementari e medie che hanno adottato il diario non di moda e non di marca a 1 euro. Alla faccia del marketing luccicante.

E però purtroppo ci sono molti altri esempi agghiaccianti molto meno educativi, come nel breve video al link qui sotto. Sembra una rissa per il pane durante una carestia, o per salire sull’ultima nave in fuga quando arrivano gli alieni sulla terra; e invece è la fila (e la rissa) per accaparrasi il telefonino con lo sconto in un grande magazzino. Che uno si chiede: ma che succederebbe se un giorno mancasse davvero qualcosa dagli scaffali dei supermercati?


Un paio di minuti istruttivi. Buona visione:


by Giuspepe Colza, http://www.bassafinanza.com/





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