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giovedì 3 gennaio 2013

LA OTHMAN DELEGATA DALL'ONU PER PARLARE CON GLI E.T. A NOME DELLA UMANITA'

Mazlan Othman
Sarà una astrofisica nata in Malesia, Mazlan Othman (foto), a tenere i contatti con gli extraterrestri per conto delle Nazioni Unite a nome dell’intera umanità nel caso che si riesca a stabilire un contatto.

Esiste da tempo un protocollo elaborato dall’Istituto SETI, Search for Extra-Terrestrial Intelligence, che prevede l’intervento delle Nazioni Unite nell’eventualità che si capti un messaggio alieno ma adesso, in seguito alla scoperta di centinaia di pianeti intorno ad altre stelle (ad oggi siano a quota 492), si è deciso di formalizzare la procedura e designare la persona responsabile della comunicazione.

Mazlan Othman, 58 anni, in questa settimana riceverà la titolarità dell’United Nations Office for Outer Space Affairs, cioè in pratica il ministero degli affari spaziali. Nell’ambito di questo incarico è anche previsto l’improbabile compito di gestire il dialogo con interlocutori alieni. Fonte della notizia è l’agenzia australiana NewCore.

Il professor Richard Crowther, esperto in Diritto nello spazio presso l'agenzia spaziale che guida le delegazioni della Gran Bretagna alle Nazioni Unite, ha commentato l’annuncio dicendo che l’astrofisica malese è al momento “la persona più adatta a ricoprire questo delicato incarico”. Il piano per organizzare l’Ufficio di coordinamento destinato ad affrontare l’eventuale contatto con esseri alieni sarà discusso dai comitati scientifici consultivi delle Nazioni Unite. Il punto più controverso – dice Crowther – sarà presumibilmente quello che riguarda le parole da usare per accogliere i visitatori alieni.

Il vero problema sarà accertare l’autenticità del messaggio.

Il falso allarme più “realistico” rimane quello del segnale “Wow!” captato il 15 agosto 1977 con il “Big Ear Radio Telescope” dell’Università dell’Ohio mentre il “grande orecchio” stava “ascoltando” una stella nelle vicinanze del Sole, 47 Ypsilon Andromedae.

“Wow!” è l’esclamazione di stupore annotata a caldo da Jerry Ehman quando si accorse del segnale anomalo scorrendo il tabulato del computer. In effetti il segnale risultava di 15 decibel più forte del rumore di fondo sulla lunghezza d’onda di 21 centimetri alla quale emette l’idrogeno neutro. Peccato che nei 25 anni trascorsi da quella osservazione non si sia più ripetuto, benché più volte si sia tornati a osservare la stessa stella e la stessa regione del cielo. Ancora oggi l’origine del segnale non è del tutto chiara ma si pensa che si sia trattato di un messaggio radio proveniente da un aereo spia.

In ogni caso, il segnale “Wow!” del 1977 captato nel corso del Project Phoenix Soho aveva connotati abbastanza artificiali. Ci volle un po’ per capire che era un semplice disturbo elettromagnetico. Ventun anni dopo, nel 1998, un radioamatore inglese annunciò di aver captato un segnale dalla stella EQ Pegasi. Gli scienziati compresero subito che era uno scherzo, se non proprio una frode.

In entrambi i casi, il più verosimile e il più dubbio, come governare la notizia nei confronti dell’opinione pubblica?

Secondo un sondaggio Gallup il 71 per cento dei cittadini degli Stati Uniti ritiene che l’esistenza di extraterrestri sia nota al governo americano ma venga tenuta segreta per oscuri motivi politici. E’ un dato eloquente: la maggioranza delle persone pensa di essere manipolata in tema di extraterrestri, ed è più difficile lottare contro una leggenda metropolitana che convincere il pubblico di un fatto autentico usando argomenti razionali. La notizia di un messaggio alieno avrebbe sull’opinione pubblica mondiale un impatto enorme e potrebbe scatenare le reazioni più imprevedibili: dal panico all’entusiasmo, dallo scetticismo a incontrollati slanci religiosi.

La domanda che molti si faranno è: ma gli alieni che eventualmente cercheranno il contatto con i terrestri saranno buoni o cattivi?

Da quando nel 1960 lanciò il primo programma di ascolto di eventuali segnali radio «intelligenti» provenienti dallo spazio, inviati da ipotetiche civiltà aliene, l’astronomo americano Frank Drake ha sempre sostenuto che, se ci sono, gli extraterrestri sono gente pacifica, altruista e quindi ben disposta verso di noi. Il motivo di questa fiducia addotto da Frank Drake è semplice: solo una civiltà politicamente stabile e animata da buone intenzioni può desiderare di stabilire qualche rapporto con altre civiltà sperdute nell’universo: nessuno prova gusto nel procurarsi nemici gratuitamente. Questo atteggiamento è condiviso dalla quasi totalità dei ricercatori e dei volontari che partecipano ai programmi SETI.

Si può aggiungere che una civiltà cattiva finisce probabilmente per autodistruggersi poco dopo aver raggiunto un elevato livello tecnologico. Se una civiltà supera quel punto di crisi e arriva a espandersi nell’universo, dovrebbe essere una civiltà ispirata da buoni sentimenti.

Ma non così la pensa l’industria cinematografica, che di solito presenta gli alieni come pericolosi aggressori: basta pensare, per fare qualche esempio, ad «Alien» o «Idependence Day». Questa cattiva reputazione ha permeato l’opinione pubblica. Una indagine condotta qualche anno fa dal portale Space.com a cui hanno risposto tremila persone dice che la maggior parte degli abitanti della Terra considera ostili gli extraterrestri.

E’ la paura del diverso? E’ una riproduzione su scala cosmica della Padania teorizzata da Bossi? Secondo gli psicologi che l’hanno analizzata, l’inchiesta di Space.com sarebbe una sorta di test proiettivo come quello famoso delle figure di Rorschach: non dice nulla su E.T. ma dice molto sulla natura umana. Rivela le nostre paure, i nostri sensi di colpa, la nostra repressa aggressività. 

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