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giovedì 5 settembre 2013

GRILLO, GLI SCACCHI... IL GIORNALISTA MAINSTREAM E LA SVEGLIA DEI 5STELLE

Beppe Grillo Ombelico

di Claudio Messora

Leggo sul Corriere, in questo articolo, che in relazione alla metafora scacchistica usata da Grillo per dire che i neri non si possono alleare con i bianchi qualcuno avrebbe così commentato: “Gli scacchi sono un gioco bellissimo. Mi spiace leggere che chi ne parla non sappia che esiste lo stallo!“.

Un commento simile, se riportato correttamente, lascia innanzitutto trasparire una lettura poco attenta del post oggetto della critica, il quale testualmente dice: “A differenza degli scacchi in questa partita non è previsto il pari, ma solo lo scacco matto.”. Quell’ “A differenza degli scacchi” implica correttamente che negli scacchi un terzo tipo di risultato esista eccome (lo stallo secondo le regole odierne determina il risultato di “patta”, cioè di parità), e che l’autore della metafora (Grillo) ne sia perfettamente consapevole.

Ciò premesso (che taglia la testa al toro), la parte che più lascia perplessi è la conclusione di quella che evidentemente voleva essere una critica, ovvero: “Spiace leggere che chi ne parla non sappia che esiste lo stallo!“. Il contesto è infatti quello della linea dei cosiddetti “aperturisti”, cioè coloro che vorrebbero mettere in discussione la possibilità di formare alleanze con il PD (che trovano una loro rappresentanza nelle posizioni di Luis Orellana). Ci si aspetta dunque che chi critica la metafora degli scacchi (“o si vince o si perde”), proponga una terza via che sia migliore rispetto a quella prospettata. E qual è la terza via proposta dall’autore del commento? Lo stallo.

Ricordo che lo stallo, in ambito scacchistico, è quel particolare stato di una partita nella quale un giocatore non può muovere, perché per esempio finirebbe sotto scacco, ma non è neppure sotto scacco e dunque tecnicamente non ha perso. Uno stato che descrive alla perfezione quel tipo di immobilismo che paralizza la politica italiana da lungo tempo e che ha portato il Paese a ridursi nelle condizioni in cui è, mancando nelle istituzioni un’opposizione seria e determinata. Le regole di interpretazione della condizione di stallo sono cambiate, nel tempo, ma sempre hanno attribuito la vittoria alternativamente a chi lo causava, a chi lo subiva, oppure hanno determinato lo stato di patta. Nei primi due casi si ricade nella situazione descritta da Grillo (si vince o si perde), mentre nel secondo si perde comunque, perché a perdere sono i cittadini, privati della possibilità di provare almeno a vincere e lasciati a macerarsi in una morte lenta e inesorabile.

Dunque gli “stallisti” (gli “stallieri” sono un’altra cosa) dovrebbero esercitare la loro vis polemica usando metafore più appropriate e che non vadano a loro stesso detrimento. Altrimenti, comunicativamente, gli argomenti che sostengono paiono ben poca cosa. Oppure, potrebbe addirittura sembrare che essi si augurino che il Paese resti indeterminatamente in una condizione di stallo, che non consenta a nessuno di vincere (cambiando finalmente le cose) né di perdere (tornando a casa e lasciando che siano altri a provarci).

Di seguito, alcune riflessioni di Paolo Becchi e gli interventi di Paola Taverna, Carlo Martelli e Andrea Cioffi, ieri al Senato, durante la riunione interna andata in diretta streaming.

 


 

FONTE: http://www.byoblu.com/post/2013/09/04/gli-stallisti.aspx#more-15698

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