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venerdì 2 maggio 2014

J. SAPIR: USCIRE DALL'EURO. LA FRANCIA CI GUADAGNEREBBE

Jacques Sapir   Nel seguito una sintesi dal testo originale di Jaques Sapir


"L’Unione Europea NON è l’Europa: l’Europa è una realtà geografica, una realtà politica – con conflitti o meno – e, beninteso, è una realtà culturale. Una realtà esistente ben dapprima che nascessero i primi progetti d’unione o di federazione.
 

L’Europa è esistita – culturalmente ed anche in un certo senso politicamente – ben prima della Comunità Economica Europea (quella che si chiamava Mercato Comune e che è l’antenato della UE), ed ovviamente prima della UE. 

L’UE, e la CEE in precedenza, non sono state delle «forze di pace» su scala europea ed il sostenerlo vuol dire dimenticarsi del ruolo essenziale avuto nella dissuasione nucleare da parte di alcuni Stati (la coppia USA-URSS e poi Gran Bretagna e Francia). La “dissuasione nucleare”, per cio’ che concerne il mantenimento della  pace, ha svolto un ruolo  ben più decisivo di quanto abbiano mai fatto la CEE e la UE.
È infatti in quel momento che i militari in Unione Sovietica iniziano a capire che una qualsiasi grande guerra sfocerà in una guerra nucleare e che una guerra nucleare non si vince (1). D

La UE è stata al contrario una causa di conflitto, accelerando la disintegrazione della ex Iugoslavia con la conseguente guerra civile.Va ricordato che la causa fondamentale di tale disintegrazione fu il fatto che la UE esercito’ grande attrazione su Slovenia e Croazia.

(…) Fu la prospettiva  di una rapida adesione alla UE che convinse i dirigenti sloveni e croati a fare la secessione.  È lo stesso fenomeno in azione oggi in Ucraina.

Non ultimo, la politica economica promossa dalla UE a partire dal 2009 (in verità dal 2000 per quanto concerne la zona euro), è la causa della debole crescita europea e della crescita astronomica della disoccupazione in Grecia (oltre il 28%), in Spagna ed in Portogallo, ma anche in Italia e Francia. La UE non ha protetto le popolazioni, piuttosto ha favorito il contagio della crisi finanziaria degli anni 2007-2008
(2).

Comprensibile percio’  il risentimento provato da tanti elettori, che vi vedono la causa diretta della stagnazione economica e della crisi di certi Paesi, o più precisamente nella zona euro.  È una delle ragioni del malcontento anti-europeo, oggi in crescita da più parti, ed è per questo che le elezioni di maggio si terranno, fra l’altro, sul tema dell’euro — anche se è una questione che ci si pone fin dai primi anni 2000
(3) ed è diventato il problema centrale solo dopo la crisi della Grecia alla fine del 2009 (4).

Quali i vantaggi fuori dall’euro

Un’uscita dall’Euro – sia che avvenga in modo coordinato sia che avvenga in modo secco – avrebbe numerosi vantaggi per i Paesi dell’Europa del Sud, e per la Francia in particolare [l’autore del pezzo è francese]
Si è cercato di calcolarne gli effetti in un’opera pubblicata nel settembre del 2013 (5).
Con un deprezzamento del rinnovato Franco francese fra il 20 ed il 30% (tutto suggerisce attorno al 20%), le imprese francesi ritroverebbero immediatamente competitività — sia per l’esportazione che sul mercato interno. Si tratta dello «choc della competitività» del quale l’economia francese, e l’industria in particolare, hanno un gran bisogno. 
Una svalutazione delleuro, difesa dal Ministro dell’Economia M. Arnault Montebourg, avrebbe degli effetti molto più ridotti e favorevoli solo in rapporto alla zona dollaro. 
Il Ministero delle Finanze ha calcolato che un deprezzamento del 10% avrebbe un effetto di aumento del PIL fra l’1,2 e l’1,8 % — dati che corroborano le ipotesi di calcolo utilizzate nel lavoro pubblicato a settembre, e già citato (6). Dobbiamo anche notare che i calcoli danno torto a tutti quelli che – e sono tanti – pretendono che oggigiorno la competitività non si misuri più in termini di costo del prodotto.

Rimane il fatto che solo il 50% del commercio internazionale francese avviene con  la zona dollaro, il restante avviene nella zona euro ed interessa principalmente gli scambi con la Germania — ma anche con l’Italia e la Spagna ed è proprio per questo motivo che un’uscita dall’euro sarebbe ben più vantaggiosa di un semplice deprezzamento.

Secondo vantaggio indotto: con una forte riduzione del peso del debito per effetto delle ricette fiscali prodotte da tale crescita, sarà possibile alleggerire il fardello della fiscalità che pesa sulle famiglie e le imprese. Nei 4 anni successivi all’uscita dall’euro vedremo il peso del debito pubblico francese passare dal 93% del PIL all’ 80-86%, a seconda delle ipotesi. È molto di più di quanto si potrebbe mai realizzare restando nell’euro.

Terzo vantaggio, e dal mio punto di vista il più importante : la disoccupazione calerà vistosamente. Si creeranno moltissimi posti di lavoro nell’industria.
A tal proposito abbiamo stimato – sulla base delle richieste di impiego di categoria A – che in 3 anni si avrebbe una creazione netta da 1,5 a 2,2 milioni di posti di lavoro.
Considerando l’insieme delle categorie A, B e D, l’aumento di posti di lavoro potrebbe passare da 2,5 a 3 milioni. Facciamo osservare che un simile ritorno ad una situazione di pieno impiego migliorerebbe immediatamente la situazione delle casse di assicurazione per la disoccupazione ed anche quelle delle pensioni.

I potenziali inconvenienti dall’uscita dall’euro

Un’uscita dall’euro ed un forte deprezzamento della moneta (il Franco), avrebbero anche alcuni inconvenienti, che non devono però essere esageratamente “amplificati”.

Prima di tutto, ci sarà un aumento del costo dei prodotti importati che provengano da Paesi al cui confronto il franco si è deprezzato (Germania e Paesi dell’area dollaro). Ma è lo scopo di qualsiasi deprezzamento monetario che in questo caso viene fortemente sovrastimato dai politici senza scrupoli, disposti ad imbrogliare la popolazione pur di difendere l’euro.  Nel caso della benzina, per esempio, ipotizzando un deprezzamento del 20% del Franco in rapporto al tasso attuale euro/dollaro, si avrebbe un rincaro alla pompa di solo il 6%. Una cosa assolutamente accettabile.

Ci sono poi le conseguenze finanziarie prima di tutto quelle inerenti il debito pubblico. Si sa che le obbligazioni emesse dal Tesoro, quando sono emesse su territorio francese, devono essere rimborsate nella moneta avente corso legale. Questo è l’unico obbligo legale implicato. Se la moneta nazionale non è più l’euro ma il franco, saranno rimborsate in franchi. E se il franco si è deprezzato rispetto all’euro, i detentori stranieri di obbligazioni francesi segneranno le perdite del caso, né più né meno come un francese che abbia titoli del tesoro USA accusa le perdite quando il dollaro si deprezza rispetto all’euro. È pertanto chiaro che ciò provocherà di conseguenza un innalzamento dei tassi di interesse (quello che nel gergo finanziario viene indicato come “premio di rischio”) per le nuove emissioni. Il problema è assolutamente aggirabile: sarà sufficiente reintrodurre il meccanismo che esisteva all’inizio degli anni ’80 che obbligava le banche francesi (e qualsiasi banca che volesse operare in Francia), ad avere nel proprio bilancio una certa quota di obbligazioni del Tesoro.

Per quanto riguarda debiti e ripartizioni di utili di privati ed imprese, o delle banche francesi, non ci sarà nessun cambiamento ed è quindi criminale affermare (…)  che un deprezzamento del 20% si tradurrebbe in una perdita del 20% dei risparmi. In realtà – e la cosa la conoscono bene tutti gli economisti – si ha una perdita di valore del risparmio solo nella misura in cui con tale risparmio si acquistino dei beni, che provengano da Paesi verso i quali c’è stato un deprezzamento del Franco rispetto alla loro valuta. Per quanto riguarda gli acquisti realizzati in Francia, con prodotti o servizi francesi – il che ammonta, in volume, al 60% delle transazioni – non cambierebbe nulla. Inoltre, in alcuni Paesi (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia), la svalutazione sarà superiore che non in Francia ed il risparmio francese vedrà aumentare il proprio potere di acquisto verso questi Paesi.

L’unico vero inconveniente sarà una ventata inflazionistica che seguirà nei 24 mesi successivi all’uscita dall’euro e dal deprezzamento del franco. L’inflazione indotta dal deprezzamento del franco è prevedibile del 5% il primo anno e del 3% il secondo. Per fronteggiarla, saranno molto probabilmente necessari dei meccanismi di indicizzazione dei salari e delle pensioni. Ma anche, qualsiasi crescita dell’inflazione ha anche come effetto un abbassamento matematico dei tassi di interesse reali, cosa che potrà avere un effetto positivo sugli investimenti di famiglie ed imprese. Si aggiunga che l’inflazione cancella in modo matematico una parte del debito accumulato e che anche la prospettiva di conoscere un periodo relativo di inflazione non deve essere vista come esclusivamente negativa, ma come qualcosa che potrà tornare utile all’economia.

Da ultimo, va aggiunto che in Francia sono ovviamente necessarie delle riforme; ma tutte le nazioni che hanno operato delle riforme profonde, lo hanno fatto DOPO un forte deprezzamento della loro moneta: uscire dall’euro e far deprezzare il franco, ecco un primo passo decisivo sulla via delle riforme.


da:http://russeurope.hypotheses.org/2192

[1] Les Voroshilov Lectures le confirment, à partir de 1971-72.
[2] Sapir J., « From Financial Crisis to Turning Point. How the US ‘Subprime Crisis’ turned into a worldwide One and Will Change the World Economy » in Internationale Politik und Gesellschaft, n°1/2009, pp. 27-44.
[3] Sapir J., « La Crise de l’Euro : erreurs et impasses de l’Européisme » in Perspectives Républicaines, n°2, Juin 2006, pp. 69-84.
[4] Sapir J., « Is the Eurozone doomed to fail », pp. 23-27, in Making Sense of Europe’s Turmoil, CSE, Bruxelles, 2012.
[5] Sapir J., Les scénarii de dissolution de l’Euro, (avec P. Murer et C. Durand) Fondation ResPublica, Paris, septembre 2013.
[6] Sapir J., Les scénarii de dissolution de l’Euro, (avec P. Murer et C. Durand), op.cit..

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