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martedì 17 giugno 2014

CATALOGNA E VENETO: VENTI - O BUFERE- D' INDIPENDENTISMO



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Con una scheda in mano, il Leone torna a ruggire


13/06/2014

Nei giorni scorsi, a Venezia, sono state prese decisioni che potrebbero avere conseguenze epocali, dal momento che riaprono la vertenza tra il Veneto e Roma, riponendo al centro del dibattito quella richiesta di democrazia e autodeterminazione che da tempo agita la società veneta.


Cosa è successo? Il Consiglio Regionale, un giorno dopo l’altro, ha deciso di convocare la popolazione al fine di chiedere (questo è il primo punto) se vogliono che il Veneto diventi una regione a statuto speciale. Chiusi tra il Trentino e il Fiuli Venezia Giulia, i veneti reclamano di poter tenere all’interno dei loro confini una parte maggiore di quanto producono.

Si tratta di una proposta che ha qualche prospettiva? Penso di no. La situazione della finanza pubblica è tale che l’Italia non può permettersi di rinunciare ai soldi dei veneti. Il deficit salirebbe a livelli troppo alti senza tutti quei soldi che i da Padova o da Verona giungono a Roma per provare a tenere in piedi istituzioni ormai al collasso.


L’altro referendum approvato - e questo è il secondo punto – ha però un peso assai maggiore e potrebbe avere conseguenze storiche: e non a caso è passato con maggiore difficoltà, giovedì 12 giugno, al termine di un consiglio infuocato. Stavolta non si domanda nulla a Roma, ma si rivendica invece il diritto a governarsi da sé, in perfetta coerenza con quel diritto internazionale alle cui norme (all’articolo 10) la stessa Costituzione italiana dichiara di conformarsi.


In sostanza, la legge approvata porterà i veneti a votare su un referendum consultivo il cui quesito sarà secco e senza equivoci, poiché chiederà se il Veneto deve oppure no diventare una Repubblica indipendente: entro l’Europa, ma fuori dall’Italia. Il referendum è solo consultivo, ma è chiaro che il suo esito vincolerà i comportamenti del ceto politico veneto, che dovrà prendere atto della volontà della propria gente.


A questo punto il Veneto, quasi in silenzio e senza che i media nazionali dedichino grande attenzione alla cosa, si inserisce nel gruppo delle zone calde d’Europa: dove lo Stato nazionale è in crisi e si profila un sistema di realtà istituzionali assai più piccole e sotto il diretto controllo della popolazione. Il Veneto entra in un club di cui fanno parte la Scozia, la Catalogna, i Paesi Baschi, le Fiandre e altri ancora. E il prossimo autunno le rivendicazioni catalane e scozzesi agiteranno i sonni di eurocrati e nazionalisti in tutto il continente.


Questo è solo un inizio, dato che nel loro insieme i protagonisti attuali della politica veneta sono uomini dell’Ancien régime e anche molti tra quanti hanno votato a favore del referendum indipendentista in realtà si trovano assai bene entro le istituzioni italiane attuali. Non solo essi non vogliono l’indipendenza del Veneto, ma nemmeno vogliono che la gente possa decidere del proprio futuro. In Veneto come ovunque, la politica è una tela fatta di imbrogli, cialtronaggini, giochi di ruolo, ignoranza crassa, opportunismi. Lo sanno tutti che al centro del voto di ieri non c’era in primo luogo l’indipendenza del Veneto, ma qualche giochetto più o meno furbo in vista del prossimo appuntamento delle elezioni regionali (IN ITALIA) fissate per il 2015.


Eppure… succede talora che le cose possano sfuggire di mano: tanto a Zaia quanto ai suoi alleati di maggioranza. Perché ora in Veneto c’è chi inizia a sognare ed è disposto a impegnarsi fino allo stremo perché il diritto di decidere sul futuro (un diritto che ha valore sovra-costituzionale) sia presto riconosciuto nei fatti.

Molto sta a noi e a cosa sapremo fare. 




Clima riscossa in Parlamento Catalogna, basta con Madrid


Unica via per uscire da crisi e garantirsi futuro è indipendenza




13 GIUGNO, 17:05

(dell'inviata Elisa Pinna) (ANSAmed) - BARCELLONA - Nel giardino che circonda il Parlamento catalano a Barcellona si trova la statua di una donna affranta, la 'Desconsol', lo sconforto. L'opera di un artista del primo Novecento poteva ben fotografare lo scoraggiamento degli scorsi anni di fronte alla durezza della crisi economica e al gelo calato nei rapporti con Madrid, vista qui come il centro dell'oppressione e delle angherie politiche e fiscali.

Ora tuttavia, all'interno dell'emiciclo semicircolare dove si legifera per la Generalitat di Catalogna, il clima è battagliero: su 135 deputati eletti nelle elezioni del 2012, ben 106 vogliono l'indipendenza dalla Spagna e credono che il loro sogno si avvererà in un prossimo futuro. "Ci vorranno 5-6 anni, ma diventeremo una nazione", assicura ad ANSAmed Orio Pujol, parlamentare del principale raggruppamento politico, CiU (Convergencia i Uniò); "3-4 anni e saremo indipendenti", promette Qim Arrifat, deputato del partito Canditatura d'Unitad Popular. "Lo Stato Catalano nascerà nel 2016", si dice convinto Jordi Sole, rappresentante di Esquerra Repubblica de Catalunya. Tutti giovani esponenti di una nuova classe politica, appartengono a partiti di centro o liberali (come il Ciu) o di sinistra (come Canditatura o ERC).

Tuttavia li accomuna la convinzione che l'uscita dalla crisi economica e la costruzione di un futuro migliore passano per un'unica strada, quella dell'indipendenza, su cui una consultazione popolare in Catalogna si dovrebbe pronunciare il prossimo 9 novembre, sempre che Madrid non metta i bastoni tra le ruote. "L'attuale status quo ci porta sempre più giù, ci rende irrilevanti. In questa situazione non abbiamo il potere di decidere su di noi, di governarci. Non possiamo amministrare nemmeno l'aeroporto di Barcellona, non esistono vie di collegamento ferroviario-merci tra la Catalogna e l'Europa, solo per fare alcuni esempi. Siamo impossibilitati ad agire nel nostro interesse e in quello dei nostri figli ", spiega Pujol. La crisi ha reso più forti i risentimenti contro il governo centrale.
La Catalogna è tassata più di ogni altra regione della Spagna. "Deve versare l'8% del suo PIL a Madrid; il che è un'enormità", dice ad ANSAmed l'economista Clara Ponsati dell'Università di Barcellona. "Per reddito medio individuale, la Catalogna è al quarto posto tra le 17 regioni spagnole. Una volta trasferite le tasse al governo centrale, scende al nono posto. Vi pare possibile?" si chiede un altro economista catalano, Carles Boix, professore alla Princeton University, negli Stati Uniti. 
Con quasi otto milioni di abitanti (tra cui un milione di recente immigrazione), la Catalogna rappresenta il 15% della popolazione spagnola, il 20% del PIL nazionale e il 26% del commercio con l'estero. Sebbene la crisi economica abbia qui morso con meno ferocia che nel resto della Spagna (la disoccupazione è al 22% contro un 28% di media nazionale), la povertà e le tensioni sociali si fanno sentire. "più della metà della popolazione si trova senza lavoro o con un salario insufficiente", afferma il deputato Qim Arrifat. "Fino a che punto si può spingere la nostra solidarietà verso il resto della Spagna? Non possiamo affondare," aggiunge il rappresentante dell'Erc. "Se non diventiamo indipendenti, rimarremo sempre una minoranza in ostaggio di Madrid e senza voce in capitolo ", sottolinea Pujol.


Per il rappresentante del Partito Popolare, Fernando Sanchez, la richiesta di indipendenza è solo una risposta 'populista' alla crisi economica. Sanchez fa parte della pattuglia di 29 deputati che difendono l'unità con Madrid. "Rischiamo di distruggere quanto costruito finora. E staccarsi dalla Spagna, proprio in questo momento di difficoltà economiche, rappresenta un atto di slealtà". (ANSAmed).

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