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lunedì 28 luglio 2014

QUEL FAMILISMO ITALICO CHE NON MUORE MAI.

scimmie 

di CLAUDIO BOLLENTINI

Alla ennesima notizia del politico di turno andato nei guai perchè si presume abbia favorito un paio di ex collaboratrici nel trovarle occupazione in alcune istituzioni pubbliche, i più, a cominciare dalla stampa, hanno citato il solito fenomeno italico del familismo amorale. Siamo alle solite, l’Italia non cambia mai. Un concetto come sempre ampiamente corroborato dallo spettacolo che di solito ci viene sottoposto in queste situazioni, ossia quel teatrino fatto di colleghi di partito che esprimono solidarietà e appoggio incondizionato, di utili idioti che suonano la grancassa gridando al complotto, di avversari “sconcertati” da tali malsane abitudini. Ma il fenomeno è generalizzato, da destra a sinistra, da nord a sud, nessuno escluso e nessuno esente da tale deleteria contaminazione. Per capire la portata del fenomeno, vi basta fare un giro nei palazzi del potere, statale, regionale o locale che sia, troverete un sacco di facce “note” nei corridoi, nelle anticamere e negli uffici. Tutta gente “nota” appunto per fedeltà e vicinanza al potentato di turno, non certo lì per merito o solo per merito.

Il familismo amorale è un concetto sociologico ormai consolidato nel lessico italiano, introdotto da Edward C. Banfield nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 (trad. it: Le basi morali di una società arretrata, 1976), scritto in collaborazione con la moglie (italiana) Laura Fasano. Le tesi di Banfield sono sempre state e sono oggetto di controversia e hanno stimolato un notevole dibattito sulla natura del familismo e sul ruolo della cultura nello sviluppo o nell’arretramento sociale ed economico in alcune aree dell’Italia meridionale. Ma purtroppo le cronache dell’ultimo cinquantennio tristemente sottolineano non solo la persistenza di un fenomeno sociale duro a morire, ma anche la sua presenza diffusa in tutto il resto del Paese, da Nord a Sud. La tesi centrale dello studio è una problematica socio-culturale assai nota alle nostre latitudini, ma mai precedentemente studiata a fondo e da Banfield denominata appunto familismo amorale. Ampi strati di società si comportano come se seguissero la seguente regola che cito direttamente dal libro: “massimizza il guadagno materiale, a breve termine, della tua famiglia ristretta; assumi che tutti gli altri facciano lo stesso”.

Le regole del familismo amorale, come si vede, sono in effetti due: la prima indica all’individuo cosa fare; la seconda gli offre un facile modo per interpretare il comportamento altrui e relazionarsi con la società. Sebbene entrambe siano deleterie per il progresso socio-economico a medio o lungo termine, la seconda è particolarmente dannosa, perché inquina i rapporti sociali ed impedisce che si formi un rapporto di collaborazione e fiducia con il governo e le istituzioni locali o nazionali: “… la dichiarazione di una persona o di una istituzione, di essere ispirata dall’interesse per la cosa pubblica, anziché per il proprio, è vista come una frode”; “in una società di familisti amorali sarà opinione comune che chi esercita il potere sia egoista e corrotto… il votante userà il voto … per punire”. Non è in discussione, evidentemente, l’esistenza di funzionari pubblici corrotti e di servizi inefficienti (peraltro ampiamente analizzati da Banfield), ma l’idea che tutti i funzionari siano necessariamente corrotti e tutti i servizi necessariamente inefficienti e meritevoli di punizione; e non di rado gli intervistati da Banfield esprimevano ammirazione per il regime fascista (al potere fino a dieci anni prima dello studio) ritenuto capace di controllare e punire i suoi funzionari.

Dal 1958 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, ma le tendenze dei comportamenti della società italiana non sembrano granchè cambiati. Il familismo amorale, per certi versi adattato ai tempi, ha sempre tenuto a bagnomaria il paese in una situazione di evidente arretratezza sociale con tanti saluti al merito, alla trasparenza, all’efficienza e all’onestà che restano per tanti solo sogni di un paese moderno o semplicemente normale. Siamo così, ahimè, noi di quà e le caste e castine con relativi servili seguaci asseragliati in una fortezza che sarà pure dorata, ma assomiglia sempre di più ad una Bastiglia.
 

fonte:  http://www.labissa.com/

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