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martedì 5 agosto 2014

DALLA NAPOLEONICA REPUBBLICA CISALPINA AD OGGI: RICCHI E BANCHE ESENTASSE...

Cirri, Giuseppe Prina 180 di GIUSEPPE REGUZZONICirri, Giuseppe Prina 180

Correva l’anno del Signore 1802, che, per la verità, ben poco del Signore era, dacché, all’epoca, si scontava ancora l’orrendo tentativo di scristianizzazione delle nostre terre, a opera della Rivoluzione Francese e al seguito delle baionette napoleoniche. La battaglia di Marengo aveva consegnato le regioni dell’Italia settentrionale a Napoleone Bonaparte, che vi aveva istituito la Repubblica Cisalpina, riunendo le repubbliche Cispadana e Transpadana. Proprio nel 1802 Napoleone decise di cambiarne il nome in Repubblica Italiana (benché si estendesse solo a una parte dell’Italia settentrionale e centrale di oggi), mantenendone lui stesso la presidenza. Si trattava, in pratica, di una colonia francese, su cui sventolava un tricolore, perfetta imitazione di quello d’Oltralpe. Le casse della neonata Repubblica erano sistematicamente vuote, dato che bisognava operare costanti e consistenti trasferimenti al governo di Parigi (l’Unione Europea di allora), per finanziarne la costosa politica militare.

Napoleone, che di potere se ne intendeva, stante la disastrosa situazione economica derivante dalle continue guerre da lui intraprese, affidò all’inizio del 1802 l’incarico di ministro delle finanze della Cisalpina a un giovane novarese, Giuseppe Prina, che si dimostrò così capace, da riuscire a mantenere quella poltrona sino al 1814, anno della sconfitta napoleonica. Né scelta poteva essere migliore, dato che il Prina si dimostrò un brillante esecutore delle volontà francesi e attuò con rigore e inflessibilità il sistematico sacco delle risorse finanziarie delle regioni padane. In particolare, non passava giorno che questo genio della finanza non escogitasse nuove tasse, a tratti con una fantasia quasi perversa. Giuseppe Prina era il ministro delle finanze dell’allora Repubblica (e poi Regno) d’Italia incaricato da una potenza straniera di tutelare di qua dalle Alpi i propri interessi.

Al lettore di oggi verrà certamente in mente qualcuno e qualche cosa, visto che «Historia magistra vitae», la storia è maestra di vita, o tale dovrebbe essere … quando si ha ancora la voglia di studiarla e di ragionarci sopra. A colpi di tasse e di controlli fiscali, il bilancio dello Stato fu risanato, le spedizioni napoleoniche pagate fino all’ultimo centesimo e il Prina considerato come una sorta di salvatore della Patria. Peccato che per sanare il deficit e rimpinguare le casse napoleoniche, il Prina non esitasse ad affamare le plebi rurali e cittadine padane, oltre che ad avvalersi, senza alcuno scrupolo, della confisca e della vendita dei beni della Chiesa, ospedali e opere di pietà inclusi. I monasteri contemplativi, difatti, erano già stati soppressi tempo addietro e i loro beni incamerati dalla buona borghesia cittadina o dalla nobiltà voltagabbana (come la famiglia Cavour in Piemonte). Restavano solo le opere dell’assistenza sociale del tempo, tutte gestite da confraternite cattoliche. Su di esse calò la mannaia implacabile del fisco rivoluzionario.

Allora, come oggi, le banche e i “sciuri” furono esentati, o quasi, dalle tasse, mentre ammalati e anziani furono lasciati per strada. I poveracci morivano sotto i ponti e sui cigli delle strade, ma Parigi incassava puntualmente quanto dovuto. Col tempo nemmeno gli “alberi della libertà”, il tricolore e gli slogan propagandistici riuscirono più a mascherare il malcontento generale. Si capisce, quindi, che il Prina non fosse molto amato dal popolo, tanto che, quando la potenza napoleonica iniziò a incrinarsi, per le vie di Milano capitava di leggere cartelli che dicevano: «Prina! Prina! Il giorno si avvicina!». Nell’aprile del 1814 Napoleone abdicò e dalla Lombardia cominciarono a levarsi voci che chiedevano la cacciata dei Francesi e l’indipendenza.

Il 20 aprile di quello stesso anno la folla inferocita occupò e saccheggiò il Senato, urlando contro il Prina. Non avendolo trovato, i rivoltosi si diressero a casa sua, la saccheggiarono e scovarono il povero Prima nascosto dentro un armadio. Senza tanti complimenti lo spogliarono e lo buttarono giù dalla finestra, inseguendolo poi, per vicoli e cortili, sino a Piazza della Scala, dove fu finito a colpi di ombrello. Quella giornata è poi passata alla storia come la “Battaglia delle Ombrelle”. In seguito, quel poco che era rimasto in piedi della casa del Prina fu demolito per far posto a una piazza. Della vicenda narra uno splendido poemetto in lingua milanese pubblicato nel 1816, il “Sogn”, meglio noto come “Prineide”, di Tommaso Grossi, amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni. L’opera era uscita anonima e, per un certo tempo, fu attribuita proprio al Porta, che se ne risentì parecchio.

Accertata la paternità del Grossi, questi fu interrogato dalla polizia austriaca – nel frattempo la Lombardia era ritornata all’Austria – e subito rilasciato, senza conseguenze. Nel poemetto il Prina compare all’Autore in «ona nocc di pù indiavolaa» e, presto riconosciuto dalla sua misera condizione, chiede «cossa n’è staa di Milanes dal dì / Vint d’april del quattordes, fina adess». Sentendo come è messa male Milano sotto ai “Todisch”, il Prina, che «a sti notizzi / l’andava tutt in giuss de regolizzi, / che vun ch’è Staa minister, el ghha el coeur / de minister anca dopo el scimiteri», domanda perché, allora lo abbiano accoppato in quella maniera. Perché se è vero – come gli dice il Grossi – che i Milanesi sono di buona pasta, bisognerebbe «domandaghel ai mè oss». È che i Milanesi – e con loro i Lombardi e i Padani – sono buoni buoni, ma qualche volta si svegliano e restituiscono quel che han subito con gli interessi. «Che semm bon anca nun tant quant e lù, / E lù l’è bon anca lù tant quant a nun:/ Nun incapazz de fagh del mal a lù, / e lù incapazz de fann del ben a nun».

Di tanto in tanto questa gente buona, semplice e lavoratrice, incapace di fare del male a chicchessia e pure a Lorsignori, riesce anche ad arrabbiarsi, quando, di là, dall’altra parte delle Alpi o degli Appennini, trova qualcuno che non è capace di fare del bene a loro, ma solo di tartassarli. Per di più, allora come oggi, Parigi, Roma o Bruxelles a fare il lavoro sporco mettono sempre uno dei “nostri”. Di Novara allora, di Varese oggi.
 

FONTE: http://www.lindipendenzanuova.com/ministro-finanze-napoleone-affamo-milanesi-come-oggi-governo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ministro-finanze-napoleone-affamo-milanesi-come-oggi-governo#sthash.zqR3OSEd.dpuf
di GIUSEPPE REGUZZONICirri, Giuseppe Prina 180
Correva l’anno del Signore 1802, che, per la verità, ben poco del Signore era, dacché, all’epoca, si scontava ancora l’orrendo tentativo di scristianizzazione delle nostre terre, a opera della Rivoluzione Francese e al seguito delle baionette napoleoniche. La battaglia di Marengo aveva consegnato le regioni dell’Italia settentrionale a Napoleone Bonaparte, che vi aveva istituito la Repubblica Cisalpina, riunendo le repubbliche Cispadana e Transpadana. Proprio nel 1802 Napoleone decise di cambiarne il nome in Repubblica Italiana (benché si estendesse solo a una parte dell’Italia settentrionale e centrale di oggi), mantenendone lui stesso la presidenza. Si trattava, in pratica, di una colonia francese, su cui sventolava un tricolore, perfetta imitazione di quello d’Oltralpe. Le casse della neonata Repubblica erano sistematicamente vuote, dato che bisognava operare costanti e consistenti trasferimenti al governo di Parigi (l’Unione Europea di allora), per finanziarne la costosa politica militare.
Napoleone, che di potere se ne intendeva, stante la disastrosa situazione economica derivante dalle continue guerre da lui intraprese, affidò all’inizio del 1802 l’incarico di ministro delle finanze della Cisalpina a un giovane novarese, Giuseppe Prina, che si dimostrò così capace, da riuscire a mantenere quella poltrona sino al 1814, anno della sconfitta napoleonica. Né scelta poteva essere migliore, dato che il Prina si dimostrò un brillante esecutore delle volontà francesi e attuò con rigore e inflessibilità il sistematico sacco delle risorse finanziarie delle regioni padane. In particolare, non passava giorno che questo genio della finanza non escogitasse nuove tasse, a tratti con una fantasia quasi perversa. Giuseppe Prina era il ministro delle finanze dell’allora Repubblica (e poi Regno) d’Italia incaricato da una potenza straniera di tutelare di qua dalle Alpi i propri interessi.
Al lettore di oggi verrà certamente in mente qualcuno e qualche cosa, visto che «Historia magistra vitae», la storia è maestra di vita, o tale dovrebbe essere … quando si ha ancora la voglia di studiarla e di ragionarci sopra. A colpi di tasse e di controlli fiscali, il bilancio dello Stato fu risanato, le spedizioni napoleoniche pagate fino all’ultimo centesimo e il Prina considerato come una sorta di salvatore della Patria. Peccato che per sanare il deficit e rimpinguare le casse napoleoniche, il Prina non esitasse ad affamare le plebi rurali e cittadine padane, oltre che ad avvalersi, senza alcuno scrupolo, della confisca e della vendita dei beni della Chiesa, ospedali e opere di pietà inclusi. I monasteri contemplativi, difatti, erano già stati soppressi tempo addietro e i loro beni incamerati dalla buona borghesia cittadina o dalla nobiltà voltagabbana (come la famiglia Cavour in Piemonte). Restavano solo le opere dell’assistenza sociale del tempo, tutte gestite da confraternite cattoliche. Su di esse calò la mannaia implacabile del fisco rivoluzionario.
Allora, come oggi, le banche e i “sciuri” furono esentati, o quasi, dalle tasse, mentre ammalati e anziani furono lasciati per strada. I poveracci morivano sotto i ponti e sui cigli delle strade, ma Parigi incassava puntualmente quanto dovuto. Col tempo nemmeno gli “alberi della libertà”, il tricolore e gli slogan propagandistici riuscirono più a mascherare il malcontento generale. Si capisce, quindi, che il Prina non fosse molto amato dal popolo, tanto che, quando la potenza napoleonica iniziò a incrinarsi, per le vie di Milano capitava di leggere cartelli che dicevano: «Prina! Prina! Il giorno si avvicina!». Nell’aprile del 1814 Napoleone abdicò e dalla Lombardia cominciarono a levarsi voci che chiedevano la cacciata dei Francesi e l’indipendenza.
Il 20 aprile di quello stesso anno la folla inferocita occupò e saccheggiò il Senato, urlando contro il Prina. Non avendolo trovato, i rivoltosi si diressero a casa sua, la saccheggiarono e scovarono il povero Prima nascosto dentro un armadio. Senza tanti complimenti lo spogliarono e lo buttarono giù dalla finestra, inseguendolo poi, per vicoli e cortili, sino a Piazza della Scala, dove fu finito a colpi di ombrello. Quella giornata è poi passata alla storia come la “Battaglia delle Ombrelle”. In seguito, quel poco che era rimasto in piedi della casa del Prina fu demolito per far posto a una piazza. Della vicenda narra uno splendido poemetto in lingua milanese pubblicato nel 1816, il “Sogn”, meglio noto come “Prineide”, di Tommaso Grossi, amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni. L’opera era uscita anonima e, per un certo tempo, fu attribuita proprio al Porta, che se ne risentì parecchio.
Accertata la paternità del Grossi, questi fu interrogato dalla polizia austriaca – nel frattempo la Lombardia era ritornata all’Austria – e subito rilasciato, senza conseguenze. Nel poemetto il Prina compare all’Autore in «ona nocc di pù indiavolaa» e, presto riconosciuto dalla sua misera condizione, chiede «cossa n’è staa di Milanes dal dì / Vint d’april del quattordes, fina adess». Sentendo come è messa male Milano sotto ai “Todisch”, il Prina, che «a sti notizzi / l’andava tutt in giuss de regolizzi, / che vun ch’è Staa minister, el ghha el coeur / de minister anca dopo el scimiteri», domanda perché, allora lo abbiano accoppato in quella maniera. Perché se è vero – come gli dice il Grossi – che i Milanesi sono di buona pasta, bisognerebbe «domandaghel ai mè oss». È che i Milanesi – e con loro i Lombardi e i Padani – sono buoni buoni, ma qualche volta si svegliano e restituiscono quel che han subito con gli interessi. «Che semm bon anca nun tant quant e lù, / E lù l’è bon anca lù tant quant a nun:/ Nun incapazz de fagh del mal a lù, / e lù incapazz de fann del ben a nun».
Di tanto in tanto questa gente buona, semplice e lavoratrice, incapace di fare del male a chicchessia e pure a Lorsignori, riesce anche ad arrabbiarsi, quando, di là, dall’altra parte delle Alpi o degli Appennini, trova qualcuno che non è capace di fare del bene a loro, ma solo di tartassarli. Per di più, allora come oggi, Parigi, Roma o Bruxelles a fare il lavoro sporco mettono sempre uno dei “nostri”. Di Novara allora, di Varese oggi.
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di GIUSEPPE REGUZZONICirri, Giuseppe Prina 180

Correva l’anno del Signore 1802, che, per la verità, ben poco del Signore era, dacché, all’epoca, si scontava ancora l’orrendo tentativo di scristianizzazione delle nostre terre, a opera della Rivoluzione Francese e al seguito delle baionette napoleoniche. La battaglia di Marengo aveva consegnato le regioni dell’Italia settentrionale a Napoleone Bonaparte, che vi aveva istituito la Repubblica Cisalpina, riunendo le repubbliche Cispadana e Transpadana. Proprio nel 1802 Napoleone decise di cambiarne il nome in Repubblica Italiana (benché si estendesse solo a una parte dell’Italia settentrionale e centrale di oggi), mantenendone lui stesso la presidenza. Si trattava, in pratica, di una colonia francese, su cui sventolava un tricolore, perfetta imitazione di quello d’Oltralpe. Le casse della neonata Repubblica erano sistematicamente vuote, dato che bisognava operare costanti e consistenti trasferimenti al governo di Parigi (l’Unione Europea di allora), per finanziarne la costosa politica militare.

Napoleone, che di potere se ne intendeva, stante la disastrosa situazione economica derivante dalle continue guerre da lui intraprese, affidò all’inizio del 1802 l’incarico di ministro delle finanze della Cisalpina a un giovane novarese, Giuseppe Prina, che si dimostrò così capace, da riuscire a mantenere quella poltrona sino al 1814, anno della sconfitta napoleonica. Né scelta poteva essere migliore, dato che il Prina si dimostrò un brillante esecutore delle volontà francesi e attuò con rigore e inflessibilità il sistematico sacco delle risorse finanziarie delle regioni padane. In particolare, non passava giorno che questo genio della finanza non escogitasse nuove tasse, a tratti con una fantasia quasi perversa. Giuseppe Prina era il ministro delle finanze dell’allora Repubblica (e poi Regno) d’Italia incaricato da una potenza straniera di tutelare di qua dalle Alpi i propri interessi.

Al lettore di oggi verrà certamente in mente qualcuno e qualche cosa, visto che «Historia magistra vitae», la storia è maestra di vita, o tale dovrebbe essere … quando si ha ancora la voglia di studiarla e di ragionarci sopra. A colpi di tasse e di controlli fiscali, il bilancio dello Stato fu risanato, le spedizioni napoleoniche pagate fino all’ultimo centesimo e il Prina considerato come una sorta di salvatore della Patria. Peccato che per sanare il deficit e rimpinguare le casse napoleoniche, il Prina non esitasse ad affamare le plebi rurali e cittadine padane, oltre che ad avvalersi, senza alcuno scrupolo, della confisca e della vendita dei beni della Chiesa, ospedali e opere di pietà inclusi. I monasteri contemplativi, difatti, erano già stati soppressi tempo addietro e i loro beni incamerati dalla buona borghesia cittadina o dalla nobiltà voltagabbana (come la famiglia Cavour in Piemonte). Restavano solo le opere dell’assistenza sociale del tempo, tutte gestite da confraternite cattoliche. Su di esse calò la mannaia implacabile del fisco rivoluzionario.

Allora, come oggi, le banche e i “sciuri” furono esentati, o quasi, dalle tasse, mentre ammalati e anziani furono lasciati per strada. I poveracci morivano sotto i ponti e sui cigli delle strade, ma Parigi incassava puntualmente quanto dovuto. Col tempo nemmeno gli “alberi della libertà”, il tricolore e gli slogan propagandistici riuscirono più a mascherare il malcontento generale. Si capisce, quindi, che il Prina non fosse molto amato dal popolo, tanto che, quando la potenza napoleonica iniziò a incrinarsi, per le vie di Milano capitava di leggere cartelli che dicevano: «Prina! Prina! Il giorno si avvicina!». Nell’aprile del 1814 Napoleone abdicò e dalla Lombardia cominciarono a levarsi voci che chiedevano la cacciata dei Francesi e l’indipendenza.

Il 20 aprile di quello stesso anno la folla inferocita occupò e saccheggiò il Senato, urlando contro il Prina. Non avendolo trovato, i rivoltosi si diressero a casa sua, la saccheggiarono e scovarono il povero Prima nascosto dentro un armadio. Senza tanti complimenti lo spogliarono e lo buttarono giù dalla finestra, inseguendolo poi, per vicoli e cortili, sino a Piazza della Scala, dove fu finito a colpi di ombrello. Quella giornata è poi passata alla storia come la “Battaglia delle Ombrelle”. In seguito, quel poco che era rimasto in piedi della casa del Prina fu demolito per far posto a una piazza. Della vicenda narra uno splendido poemetto in lingua milanese pubblicato nel 1816, il “Sogn”, meglio noto come “Prineide”, di Tommaso Grossi, amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni. L’opera era uscita anonima e, per un certo tempo, fu attribuita proprio al Porta, che se ne risentì parecchio.

Accertata la paternità del Grossi, questi fu interrogato dalla polizia austriaca – nel frattempo la Lombardia era ritornata all’Austria – e subito rilasciato, senza conseguenze. Nel poemetto il Prina compare all’Autore in «ona nocc di pù indiavolaa» e, presto riconosciuto dalla sua misera condizione, chiede «cossa n’è staa di Milanes dal dì / Vint d’april del quattordes, fina adess». Sentendo come è messa male Milano sotto ai “Todisch”, il Prina, che «a sti notizzi / l’andava tutt in giuss de regolizzi, / che vun ch’è Staa minister, el ghha el coeur / de minister anca dopo el scimiteri», domanda perché, allora lo abbiano accoppato in quella maniera. Perché se è vero – come gli dice il Grossi – che i Milanesi sono di buona pasta, bisognerebbe «domandaghel ai mè oss». È che i Milanesi – e con loro i Lombardi e i Padani – sono buoni buoni, ma qualche volta si svegliano e restituiscono quel che han subito con gli interessi. «Che semm bon anca nun tant quant e lù, / E lù l’è bon anca lù tant quant a nun:/ Nun incapazz de fagh del mal a lù, / e lù incapazz de fann del ben a nun».

Di tanto in tanto questa gente buona, semplice e lavoratrice, incapace di fare del male a chicchessia e pure a Lorsignori, riesce anche ad arrabbiarsi, quando, di là, dall’altra parte delle Alpi o degli Appennini, trova qualcuno che non è capace di fare del bene a loro, ma solo di tartassarli. Per di più, allora come oggi, Parigi, Roma o Bruxelles a fare il lavoro sporco mettono sempre uno dei “nostri”. Di Novara allora, di Varese oggi.
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