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venerdì 30 gennaio 2015

Roma, assolto il prof che negò l’Olocausto: «Non è reato»



Esprimere la propria opinione non è un reato. Nemmeno se un insegnante dice a una studentessa di origine ebraica, i cui nonni hanno vissuto la tragedia dei campi di sterminio, che l'Olocausto è tutto sommato una montatura cinematografica.
Nemmeno se l'idea manifestata è «aberrante» e «lesiva della sensibilità» di una ragazzina, come scrive il giudice Maria Cristina Muccari nelle motivazioni della sentenza di assoluzione emessa nei confronti del professor Roberto Valvo, ex docente di Storia dell'arte al liceo artistico Ripetta, finito sul banco degli imputati con l'accusa di discriminazione razziale o religiosa, per aver propagandato teorie negazioniste di fronte a Sofia, 16 anni, fiera delle proprie origini. Valvo è stato assolto con formula piena: per il magistrato, nonostante «abbia fatto commenti e osservazioni certamente censurabili moralmente», non ha mai inteso «propagandare tali sue idee». La condotta di «propaganda», infatti, è tale solo quando destinata a un uditorio vasto. E quel giorno, in classe, c’erano solo tre studenti.


NEGAZIONISMO
Era il 31 ottobre 2008, e la maggior parte degli alunni del liceo aveva aderito a uno sciopero. Tre ragazzi che frequentavano la IV C, però, avevano partecipato alle lezioni. In cattedra c’era Valvo che, come in un normale giorno scolastico, aveva fatto l'appello. Pronunciando il cognome di Sofia, era rimasto incuriosito e le aveva chiesto quali fossero le sue origini. Lei aveva risposto che la sua famiglia era ebrea. «Ah, gli ebrei sono furbetti, bisogna stare attenti!», aveva replicato il docente. A quel punto, in privato, Sofia aveva chiesto a Valvo cosa ne pensasse della Shoah. E lui aveva risposto: i numeri dell'Olocausto (sei milioni di ebrei morti) non sono autentici e la tragedia della Shoah dovrebbe essere ridimensionata. Ma non è tutto: per il professore, i video dei campi di concentramento sarebbero stati girati da una sfilza di registi.


IL CONSIGLIO DI CLASSE
Le stesse tesi, il professore le aveva ribadite due settimane dopo, durante un consiglio d'istituto: «Quel campo di concentramento è una scenografia costruita dagli americani. Non c’è neanche un’appartenenza con la cultura italiana. Allora parliamo di Foibe», avrebbe detto secondo Virgilio Mollicone, un altro docente sentito come testimone al processo, che all'epoca dei fatti aveva appena accompagnato gli studenti ad Auschwitz. Anche in questo caso, per il giudice, «nel riportare le teorie negazioniste certamente aberranti e risibili sotto il profilo storico culturale, Valvo lo ha fatto però con modalità del tutto asettiche», senza manifestare sentimenti di odio o superiorità razziale. In sostanza - conclude il magistrato - «l'ipotesi di reato non sussiste», perché l'imputato ha semplicemente espresso un’opinione personale. E, nonostante «l'adesione a dette teorie in altri paesi europei, quali l'Austria e la Francia costituisca di per sé reato, in Italia non è punita».

«È una sentenza importante, perché afferma un intoccabile principio sulla libertà di opinione», ha commenta l'avvocato Giuseppe Pisauro, difensore dell'insegnante. Ma per Ruben Della Rocca, assessore alle Relazioni istituzionali della comunità ebraica di Roma, il problema va oltre la singola sentenza: «Al di là della decisione del Tribunale su questa vicenda - ha commentato Della Rocca - in Italia, sarebbero necessari confini legislativi più rigidi contro chi nega la shoah».


fonte: http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/roma_assolto_prof_olocausto/notizie/412317.shtml 

VEDI ANCHE: 

1915-1938: sulla stampa americana si parla di 6 milioni di morti Ebrei. Molto prima di Hitler.  

Micha Kurz, Ebreo di Gerusalemme: le politiche razziali di Israele, il Monte del Tempio e il Terzo Tempio Ebreo  

IN ANALOGIA ANCHE QUESTE NEWS 

Auschwitz, l’ambasciata polacca: vi spieghiamo come si pronuncia secondo l’Unesco
http://www.lindipendenzanuova.com/auschwitz-lambasciata-polacca-vi-spieghiamo-come-si-pronuncia-secondo-lunesco/

La storia ha le sue liturgie e i suoi canoni. Ma mai avremmo immaginato di ricevere dall’ambasciata polacca a Roma, insieme ad altri organi di stampa, un’ampia nota ben argomentata in cui si chiede ai media di fare attenzione quando parla di campi di concentramento. La sostanza? Non si scriva che Auschwitz Birkenau è polacco. Scrivere che è in terra polacca, per quanto geograficamente corretto, può dare adito alla corrente di pensiero negazionista. Anzi, di più. Allora, precisa la nota, non esisteva neanche lo stato polacco…
Ergo, si faccia riferimento alla formula ufficiale dell’Unesco. 

 Leggere per credere: 

“In vista dell’anniversario della liberazione del campo nazista di Auschwitz e delle celebrazioni della Giornata della Memoria, l’Ambasciata di Polonia rivolge alle agenzie di stampa e alle redazioni dei media italiani l’invito a prestare massima attenzione all’uso della denominazione corretta del campo di Auschwitz, basata sulla formula ufficiale approvata da UNESCO: “Auschwitz Birkenau. Campo nazista tedesco di concentramento e sterminio” (http://whc.unesco.org/en/news/363)”.

Infatti si legge ancora: “Dato che i media ogni anno dedicano molto spazio alla Giornata della Memoria, vorremmo con questo invito prevenire l’insorgere di situazioni sgradevoli che ci hanno spesso costretto a chiedere chiarimenti e rettifiche di espressioni erronee come “lager polacco” o “campo polacco”,  che aggravavano la confusione già esistente riguardo alla storia della Shoah.

A prescindere dalle intenzioni dei giornalisti o redattori, che spesso si riferiscono presumibilmente soltanto alla localizzazione geografica del campo (comunque inaccettabile, in quanto lo stato polacco non esisteva negli anni del funzionamento dei campi di sterminio; i territori sui quali i campi erano situati era stati invasi e occupati dai nazisti tedeschi), tali espressioni costituiscono un grave e pericoloso errore che deforma la verità storica sullo sterminio perpetrato dallo stato nazista tedesco sul territorio occupato della Polonia e che insinua il dubbio sulle responsabilità dello stesso, offendendo così la memoria dei milioni di cittadini polacchi, ebrei e non, vittime del nazismo.
L’utilizzo di tali espressioni erronee potrebbe essere peraltro interpretato come una forma di negazionismo, considerando la definizione adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA (http://www.holocaustremembrance.com/working-definition-holocaust-denial-and-distortion)”.
Capito?

“Confidiamo nella collaborazione di tutti quelli che, in quanto giornalisti, sono chiamati a contribuire alla diffusione delle notizie esatte sulla storia della Shoah e pertanto all’uso corretto del linguaggio”.

Il politicamente storicamente, statualmente, diplomaticamente, internazionalmente corretto indica come non cadere nel rischio del doppio senso. Siamo ancora così indietro nel sapere che Auschwitz era un campo nazista e non polacco? E che Israele è amico di Varsavia? E Varsavia degli americani?

fonte: http://www.lindipendenzanuova.com/auschwitz-lambasciata-polacca-vi-spieghiamo-come-si-pronuncia-secondo-lunesco/ 

VEDI ANCHE:

70° della Liberazione di Auschwitz. Dr Rath Foundation: l’altra storia non detta

 

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