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domenica 8 febbraio 2015

Moschee: il gesuita egiziano Kahlil Samir, spiega...

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di ANDREA TURATI

Civiltà Cattolica”  non è un giornale qualsiasi. Prima di andare in stampa, i contenuti sono esaminati  dalla segreteria di Stato vaticana. Che ha potere di correggere, emendare, fare ciò che ritiene giusto. Ecco perché il periodico è a maggior ragione considerato autorevole.
Quando si parla di moschea, quindi, si può anche andare a pescare in archivio il pensiero della Chiesa rileggendo Civiltà Cattolica. E proprio lì, l’autorevole gesuita Khalil Samir, quando ancora non erano cadute le Torri Gemelle e quindi non si parlava di scontro di civiltà, spiegò ai lettori cosa fosse una moschea (“La Civiltà Cattolica” del 17 marzo 2001, pagine 599-603).

Prima, però, un piccolo aneddoto, dedicato a La Padania che è stata chiusa. Tanto i giornali non servono. Il servizio sulla moschea uscì un mese prima della pubblicazione ufficiale vaticana, su un quotidiano, la Padania appunto, sulla pagina delle Idee, il 15 febbraio 2001. allora la Lega si stava battendo contro  la cessione da parte del comune di Lodi di un terreno alla comunità musulmana, per costruirvi una moschea. Il giornale, anche per questo, continuò ad essere letto in sala stampa vaticana e non solo. Perché non contano a volte le copie ma il loro peso.
Khalil Samir, l’autore, è un gesuita arabo, nato in Egitto. È fondatore e direttore del Centro di documentazione e ricerche arabe cristiane dell’università Saint Joseph di Beirut, dove insegna all’Istituto islamo-cristiano. A Roma, insegna islamologia al Pontificio istituto orientale e al Pontificio istituto di studi arabi e di islamistica.

Che scrisse nelle sue note sulla moschea?
” La moschea non è una “chiesa” musulmana, ma un luogo che ha nell’islàm la sua funzione e le sue norme. Perciò si deve guardare all’islàm per capire che cosa essa è. (…). La moschea (giâmi’) è il luogo dove la comunità si raduna, per esaminare tutto ciò che la riguarda: questioni sociali, culturali, politiche, come anche per pregare; tutte le decisioni della comunità si prendono nella moschea. Voler limitare la moschea a “un luogo di preghiera” è fare violenza alla tradizione musulmana.

Il venerdì (yawm al-giumu’ah) è il giorno in cui la comunità si raduna (come indica il nome giumu’ah). (…). In molti Paesi musulmani, per esempio in Egitto, che è oggi il più popoloso Paese musulmano arabo, tutte le moschee sono sorvegliate il venerdì e le più importanti sono circondate dalla polizia speciale. Il motivo è semplice: le decisioni politiche partono dalla moschea, durante la khutbah del venerdì.

Lo jihad si decide il venerdì in moschea
Nella storia musulmana, quasi tutte le rivoluzioni e i sollevamenti popolari sono partiti dalle moschee. Lo jihâd, cioè “la guerra sul cammino di Dio” (fî sabîl Allâh) che obbliga ogni musulmano a difendere la comunità, è proclamata sempre nella moschea, alla khutbah del venerdì. In alcuni Paesi musulmani, il testo della khutbah dev’essere presentato prima alle autorità civili visto che gli imâm (che presiedono le riunioni della comunità) sono funzionari statali.

Non è solo luogo di culto. E’ il luogo della politica
È dunque scorretto, parlando della moschea, parlare unicamente di “luogo di culto”.
Scorretto parlare di libertà religiosa. Il terreno non sarà mai più reso
Com’è scorretto, parlando della libertà di costruire moschee, farlo in nome della libertà religiosa, visto che non è semplicemente un luogo religioso, ma una realtà multivalente (religiosa, culturale, sociale, politica ecc.). Non si deve poi dimenticare che il luogo dedicato alla preghiera del venerdì è considerato dai musulmani spazio sacro e rimane per sempre appannaggio della comunità, la quale decide chi ha facoltà di esservi ammesso e chi invece lo profanerebbe. Per questo motivo non si può prestare un terreno per 50 anni, per esempio, per edificarvi una moschea; questo terreno non potrà mai più essere reso.

Poi ci sono luoghi solo di preghiera
Esistono spesso, nelle città dei Paesi musulmani, piccoli “luoghi di preghiera”, chiamati di solito musallâ (preghiera), da salât. Sono come “cappelle” che possono contenere circa una cinquantina di persone e che si trovano spesso al pian terreno di una casa, al posto di un appartamento. (…)
Le moschee hanno normalmente un minareto (manârah), da dove il muezzin (mu’abhdhin) lancia l’appello alla preghiera (adhân) (…). Hanno assunto spesso nella storia una funzione simbolica, di affermazione della presenza musulmana, e talvolta una funzione politica di affermazione della superiorità dell’islàm sulle altre religioni. (…)

Chi le finanzia?
(…) È risaputo che gran parte delle moschee e dei centri islamici in Europa sono finanziati da Governi musulmani, in particolare da quello dell’Arabia Saudita, che perciò ha il diritto di imporre i suoi imâm. Ora, è ben noto che nel mondo islamico sunnita l’Arabia Saudita rappresenta la tendenza più rigida, detta wahhabita (da ‘Abd al-Wahhâb, 1703-92). Non sono quindi questi imâm che potranno aiutare gli emigrati a inserirsi nella società occidentale, né ad assimilare la modernità, condizioni necessarie per una convivenza serena con gli autoctoni.

Alcuni elementi di giudizio
Non è possibile né giusto impedire ai musulmani di avere luoghi di preghiera in Occidente. Sarebbe probabilmente più adatto al contesto sociologico degli emigrati (che rappresentano la stragrande maggioranza dei musulmani in Italia) avere musallâ, ossia “cappelle”, dove potrebbero ritrovarsi più comodamente per pregare. (…)

La moschea non è luogo di culto
La moschea, in quanto centro socio-politico-culturale musulmano, non può entrare nella categoria dei “luoghi di culto”, non essendo esclusivamente un luogo di preghiera. Alla pubblica amministrazione spetta studiare come esercitare un certo controllo su tali centri, vista la loro funzione politica tradizionale.
(…) Tenendo conto della tradizione musulmana multisecolare di non distinguere religione, tradizioni, cultura, vita sociale e politica, sembra importante che i responsabili si informino bene per operare queste distinzioni e siano molto attenti a non incoraggiare la politicizzazione (sotto qualunque forma) dei gruppi di emigrati (musulmani e non musulmani).

No ai non residenti
(…)Nell’autorizzare la costruzione di una moschea è ragionevole tener conto dei cittadini musulmani della zona in questione, per decidere della sua dimensione. Non sembra invece ragionevole tener conto dei non residenti, cioè di chi non ha fatto l’opzione di vivere in questo Paese e di impegnarsi ad assumere tutti gli obblighi che ne derivano, poiché lo scopo ultimo è creare una comunità solidale tra gli italiani e chi è emigrato in Italia.
(da “La Civiltà Cattolica” del 17 marzo 2001, pagine 599-60)

FONTE: http://www.lindipendenzanuova.com/la-moschea-per-il-vaticano-il-luogo-da-cui-partono-le-rivoluzioni-scorretto-parlare-di-liberta-religiosa/

VEDI ANCHE:

Micha Kurz, Ebreo di Gerusalemme: le politiche razziali di Israele, il Monte del Tempio e il Terzo Tempio Ebreo

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