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lunedì 31 agosto 2015

Grecia: cancellare "il desiderio di resistenza"


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Il braccio di ferro fra le istituzioni UE e la Grecia ha una portata che va oltre all’impoverimento programmato di questo paese. Riguarda il futuro dell’Unione Europea. Riguarda il livello di vita e delle libertà dei suoi popoli.
Nelle sue celebri conferenze, lo storico Henry Guillemin ci ricordava una frase pronunciata nel 1897 da Maurice Barrès, maître à penser della destra nazionalista francese: “la condizione prima per la pace sociale è che i poveri abbiano la percezione della loro impotenza”.

Questo paradigma spiega il risultato dei negoziati condotti da Alexis Tsipras. I cittadini greci sono stati chiamati dal loro premier a pronunciarsi, tramite referendum, contro le proposte dell’UE, che sono state rifiutate dal 61% dei votanti. In seguito Tsipras ha accettato un accordo ancor più sfavorevole per la popolazione greca. Non solo, sottomettendosi al diktat dell’UE ha dichiarato: “non credo a questo accordo. È un pessimo accordo per la Grecia e per l’Europa, ma ho dovuto firmarlo per evitare una catastrofe”[1].

Kamenos, presidente dei Greci Indipendenti, il partito nazionalista membro della coalizione di governo e ministro della difesa, ha detto anche lui che accettare l’accordo del 13 luglio è stata una “capitolazione” frutto di un “ricatto” e di un vero e proprio “colpo di Stato”. E ha aggiunto: “la Grecia capitola, ma non si arrende”, e ha chiesto ai deputati della maggioranza di votare a favore dell’accordo[2].

Bipensiero
Tsipras e Kamenos impiegano qui una procedura di bipensiero che consiste a negare un enunciato nello stesso momento in cui è pronunciato, mantenendo però valido ciò che in precedenza si è voluto far intendere. I deputati e i cittadini ai quali erano indirizzati quei discorsi devono essere in grado di accettare le contraddizioni: l’autoproclamata resistenza e la totale capitolazione di un governo, senza notare la contraddizione. Le persone avranno perciò due visioni incompatibili e prive di qualsiasi legame.

Enunciare qualcosa e al contempo negarla produce una disintegrazione della coscienza. La negazione del contrasto fra due proposizioni impedisce ogni forma di rappresentazione mentale. Non è più possibile percepire e analizzare la realtà. Nell’incapacità di pensare lasciando le emozioni da parte, non si può far altro che subire la realtà: sottomettersi alla distruzione programmata del paese senza opporre resistenza.

Negare la contraddizione fra la resistenza e la capitolazione sopprime ogni potenziale conflitto, perché fa coesistere al mio interno due affermazioni opposte che si sovrappongono senza però influenzarsi. Gli psichiatri la definiscono scissione dell’Io. È un meccanismo che impedisce ogni giudizio e porta a considerare indifferenti gli aspetti della realtà. La decostruzione della capacità di creare simboli impedisce la formazione di una memoria e si oppone alla costruzione di una nostra identità. Trasformandoci in monadi, questo discorso ha un effetto pietrificante di fronte all’onnipotenza delle istituzioni europee e ci rinchiude nella psicosi: non c’è nessun’altra politica possibile.

George Orwell aveva già descritto in 1984 il meccanismo del bipensiero, che consiste nel “ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda, sapendole contradditorie tra di loro e tuttavia credendo in entrambe”[3]. Aveva già identificato questi “principi dell’asservimento” che spogliano l’individuo di ogni capacità di resistenza, che hanno la funzione di cancellare nel soggetto “ogni ricordo che esista un possibile desiderio di resistenza”[4]. La politica che si sforza di cancellare “perfino il desiderio di resistenza” può essere illustrata con il commissariamento del Parlamento Greco da parte del procuratore generale della Corte Suprema per chiedere all’assemblea di esaminare due denunce presentate contro l’ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis, accusato di aver elaborato un piano – non realizzato – per creare una moneta parallela all’euro. Come scrive il Courrier International: “le sue intime valutazioni potrebbero aver conseguenze di rilievo per l’ex ministro delle finanze greche”[5]. Pensare di resistere potrebbe diventare un delitto.

Rafforzamento dell’alleanza con Israele
Il procedimento del bipensiero non si limita alla politica economica e finanziaria del governo, ma comprende anche la sua politica estera. Il rabbino Mordechain Frizis, ex rabbino capo di Salonicco, si era preoccupato per la vittoria elettorale di Syriza. Aveva detto che Syriza “è un partito antisionista contrario ad Israele”[6]. Questo supposto antisionismo del governo greco si è recentemente tradotto nella firma di un accordo militare privilegiato con Israele. È un accordo simile a quello che c’è fra Israele e gli Stati Uniti. Non ha eguali. Garantisce immunità legale a qualsiasi membro del personale militare nel corso di un’operazione nel territorio dell’altro stato[7]

Stabilisce che la marina israeliana potrà d’ora in avanti intervenire nelle acque cipriote e nel mediterraneo orientale per neutralizzare qualsiasi attacco islamista contro gli interessi greci e dello stato ebraico. Le unità d’élite di Tsahal potranno altresì, “in caso di necessità, esser dispiegate sulle piattaforme gasifere di Cipro o installarsi presso le basi militari greche[8].

L’accordo militare è stato firmato a nome del governo greco da Panagiotis Kamenos, ministro della difesa e membro dei Greci Indipendenti (Anel), il partito nazionalista che fa parte della maggioranza di governo. L’accordo però non poteva esistere senza l’assenso di Syriza. Questa scelta fu confermata il 6 luglio 2015 con il viaggio a Gerusalemme di Nikos Kotzias, ministro degli esteri nominato da Syriza per i negoziati con il Premier israeliano Benjamin Netanyahu, allo scopo di “rafforzare i legami bilaterali fra i due paesi”[9].

Perciò il discorso di Syriza, che si presentava come il frutto di una volontà popolare decisa a rompere con “l’imperialismo”, è accompagnato da una politica di rafforzato integramento nella struttura imperiale. L’azione del governo deve dimenticare il programma del partito e quest’ultimo deve astrarre qualsiasi azione concreta. Come l’epoché husserliana, il governo greco mette il mondo materiale fra parentesi e lo sospende per lasciare spazio all’intenzionalità[10]

Lo sguardo non deve più esser rivolto all’esterno, verso gli oggetti, ma deve esser rivolto esclusivamente all’interno. Quel che conta è solo l’intenzione di Tsipras. Il suo anti-imperialismo esiste nei suoi proclami e può svilupparsi insieme ad un rafforzamento dell’integrazione nella NATO, insieme a una politica che è il suo esatto contrario. Siamo al di là del linguaggio, il discorso e la realtà coesistono in maniera indipendente, il primo come semplice litania, cioè come puro uso della lingua, il secondo ridotto all’innominabile, al reale che non può essere pensato e che dunque non si può confrontare. La parola diventa realtà e le due cose si confondono. E così non c’è più scarto con la parola del potere.

La primazia dell’immagine
La capitolazione non rimette in discussione l’immagine del primo ministro: “non mi si può rimproverare il fatto di non essermi battuto. Ho dato battaglia fin dove nessun’altro lo ha fatto”[11]. In questo modo esce da una politica di scontro per assumere il ruolo della vittima. L’iconografia prodotta dall’ideologia vittimista ha due facce: talvolta quella dell’eroe che si è battuto più di ogni altro, tal altra quella della vittima. Così la madre di Alexis, la settantatreenne Aristi Tsipras, racconta al settimanale popolare «Parapolitika»: “ultimamente Alexis non mangia più, non dorme più, ma non ha scelta, ha un debito verso il popolo che gli ha dato fiducia”[12]. La moglie aggiunge: “ormai lo vedo raramente. Va dall’aeroporto al Parlamento. Non ha il tempo per vedere i suoi figli, come potrebbe averlo per vedere me?”. Tutto si riduce alla sofferenza dell’«anima bella», quella di un uomo politico fedele ma ferito.

La posta in gioco del conflitto è spostata dall’opposizione oggettiva fra forze sociali al conflitto interiore del primo ministro, ai suoi stati d’animo. La gente è espropriata della materialità della propria resistenza a beneficio e tutela dell’immagine di Tsipras. La questione dell’immagine è sempre stata centrale per il governo greco: il fatto di cambiare il nome dei propri interlocutori, che da “Troika” sono diventati “le istituzioni”, è stato presentato alla popolazione greca come una vittoria.

Ora, il governo greco si è completamente piegato alle esigenze dei creditori e ha accettato tutte le loro nuove richieste. I desideri della “Troika” peraltro non sono affatto terminati. L’ulteriore arretramento economico del paese permette alle “istituzioni” di esigere ulteriori privatizzazioni. Che in virtù dell’urgenza non potranno che essere in svendita. Il governo non potrà far altro che passare dalla capitolazione alla collaborazione nello spolpamento del paese.

L’austerità come unica politica possibile
In cinque anni la politica dell’austerità imposta al paese ha già fatto abbassare il PIL dal 30% al 25%, e per conseguenza il livello di vita della grande maggioranza della popolazione, dato che i redditi più alti non sono stati toccati dalle misure. Il piano imposto alla Grecia non può che accentuare questa tendenza: crescita dell’austerità e aumento relativo del debito. La Grecia non potrà far fronte agli impegni presi, e questo vuol dire che sarà necessario un nuovo intervento esterno. L’uscita della Grecia dalla zona euro potrà esser solo ritardata. Nel frattempo la Grecia perde l’essenziale di quel che le restava di sovranità nazionale, perché deve adeguarsi a meccanismi di tagli automatici della sua spesa pubblica e sottomettere le proprie riforme al beneplacito delle istituzioni europee. Dov’è quindi la «catastrofe»? Nel nuovo e programmato indebolimento del paese o nell’uscita dall’euro che permetta il default sul debito e una possibilità di rilanciare l’attività economica?

Diffondere il sentimento di impotenza in tutta l’UE
L’attacco contro il desiderio di resistenza delle popolazioni è rivolto alla Grecia, ma anche all’insieme dell’Unione Europea. Tsipras ha voluto credere che quello che lui considerava un tabù – il «grexit», che rappresentava un pericolo per la zona euro – lo fosse anche per i suoi interlocutori. Ora, per i dirigenti dell’UE (burattini dell’elite finanziaria internazionale*), la costruzione europea è destinata a sparire nel futuro grande mercato transatlantico (un passo avanti per la globalizzazione e la creazione di un mercato unico mondiale*). Il comportamento della Germania, nella lotta contro l’evasione fiscale come nel suo continuo tergiversare di fronte agli attacchi contro l’euro, ha favorito le operazioni degli hedge funds statunitensi. 

Questa volontà di mettere in difficoltà la zona euro è confermata dal reiterato rifiuto di ciò che è inevitabile: la ristrutturazione del debito greco[13]. Questo rifiuto ha per effetto la creazione di una permanente instabilità nella maggior parte dei paesi membri dell’euro, messi sotto la minaccia dei mercati finanziari. È un comportamento coerente con il particolare impegno della Germania nella creazione di un’unione economica con gli Stati Uniti (i governi tedeschi, al pari di quelli USA o italiani agiscono per realizzare i progetti a lungo termine imposti dai poteri forti).

Il piano del ministro dell’economia Wolfgang Schäuble (elaborato dalle banche centrali private*) non riguardava prioritariamente la Grecia, ma attraverso di essa aveva come obiettivo quei paesi il cui deficit di bilancio è notevole, come l’Italia e la Francia, per trasferire alle istituzioni europee quel che resta delle loro prerogative budgetarie[14]. Se l’estinzione della zona euro in un’unione transatlantica fa parte dei piani delle istituzioni europee, questo smantellamento deve essere effettuato secondo un certo ordine: quello dell’austerità, quello della Germania (in realtà l’austerità non è stata imposta dalla Germania ma dall’elite finanziaria per distruggere la domanda interna e costringere gli Stati alla totale sottomissione con i poteri forti che controllano il debito pubblico, compreso quello tedesco*), della potenza europea dominante (usata dai banchieri come una maschera per rimanere invisibili alle masse*), ai piedi della quale gli Stati Uniti hanno messo l’UE e con l’aiuto della quale la stanno smantellando.  

La dissoluzione dell’Unione Europea in questa zona politica ed economica non può aver luogo che a prezzo di un deciso arretramento del livello di vita e di libertà in Europa. Gli europei dovranno dare il loro assenso allo smantellamento dei loro diritti acquisiti. L’esperienza greca, che porta a creare un sentimento di impotenza di fronte a queste politiche devastanti, mostra perciò l’ampiezza della posta in gioco.

* Note aggiunte dalla redazione di altrainformazione.it
Il testo originale (senza tagli e aggiunte della redazione) può essere consultato da questo LINK di www.comedonchisciotte.org.
Traduzione a cura di MARTINO LAURENTI

NOTE
[1] Angélique Kourinis, “Une large majorité des Grecs maintiennent leur confiance en Tsipras”, LaLibre.be, le 15 juillet 2015, http://m.lalibre.be/economie/actualite/une-large-majorite-des-grecs-maintiennent-leur-confiance-en-tsipras-55a6b9993570b54652b916a6
[2] Eric Toussaint, “Grèce, les conséquences de la capitulation”, CDATM, le 21 juillet 2015, http://cadtm.org/Grece-les-consequences-de-la
[3] George Orwell:1984 – Première Partie – Chapitre III, Gallimard Folio 1980, p. 55, Librairal.org, http://www.librairal.org/wiki/George_Orwell:1984_-_Premi%C3%A8re_Partie_-_Chapitre_III
[4] Christine Ragoucy, « Le Panoptique et 1984 : confrontation de deux figures d’asservissement », Psychanalyse 2010/2 (n° 18), Erès, p. 85.
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