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giovedì 28 aprile 2016

ERA GIA' LADRO IL CONTE DI CAVOUR


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Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono, subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto…” (Giacomo Leopardi, Pensieri)

E’ noto che Giacomo Leopardi non era propriamente quello che si chiama un uomo di mondo, ma nonostante ciò, nella sua breve vita, aveva capito molto dell’animo umano. Qualche decennio più tardi, alla fine dell’Ottocento, un altro signore di nome Gaetano Mosca scriveva: “una minoranza ben organizzata avrà sempre ragione di una maggioranza disorganizzata”.

Che la storia sia scritta dai vincitori è cosa nota. Oggi si esporta democrazia, anche a chi non la vuole, 150 anni fa una minoranza ben organizzata, ovvero quella élite nobiliare-massonico-affarista che rappresentava uno zero virgola della penisola italiana trovò il nome Risorgimento per coprire i propri fini, la conquista del potere.

Una volta conquistato il potere occorreva gettare sulle dinastie degli stati che avevano appena abbattuto il maggior discredito possibile, facendoli passare per biechi reazionari che tenevano i propri sudditi in condizioni miserevoli di orrendo malgoverno.

Prendiamo la Toscana, ad esempio. Il 27 Aprile 1859 rimane una data epocale nella storia della Toscana segnando di fatto la fine di 122 anni di governo della dinastia degli Asburgo Lorena, che arrivò a Firenze dopo la morte dell’ultimo Granduca di casa Medici nel 1737.

La storiografia ufficiale ci ha tramandato la favoletta del tiranno costretto alla fuga dal popolo inferocito, il 27 Aprile 1859, evento ancor oggi ricordato da una via nella zona di San Marco, a Firenze. Ma le cose non andarono proprio così.

Nel tardo pomeriggio di quel mercoledì dopo Pasqua il Granduca Leopoldo II scelse volontariamente di abbandonare Firenze insieme alla sua famiglia con i soli abiti che aveva addosso invece di “assecondare la folla plaudente alla guerra contro l’Austria”.

Uomo pacifico, Leopoldo era completamente disinteressato alle cose militari tanto da far sì che il Granducato spendesse cifre irrisorie rispetto a quelle enormi stanziate dal Regno di Sardegna per il proprio esercito, così che le finanze dello stato erano non solo in ordine, ma godevano anche di un notevole surplus di bilancio.
   
Il Regno Sabaudo invece al 1859 risulta essere lo stato più indebitato d’Europa.
Così indebitato che non aveva altra scelta che attaccare gli altri stati italiani e trasferire al nascente Regno d’Italia il proprio deficit di bilancio ormai cronico, nonostante avesse il regime fiscale più gravoso ed esoso degli altri stati italiani, stati che avevano invece tutti il bilancio in attivo.

Ecco, in due parole, la nascita del debito pubblico italiano. Anche perchè i creditori del Regno di Sardegna non erano propriamente enti di beneficenza, ma i Loyds inglesi e il ramo francese dei banchieri Rothschild,  ca va sans dire.

A Firenze, quel 27 Aprile, il Piemonte aveva le sue pedine pronte, vari e ben noti esponenti della elite di cui si diceva prima, opportunamente affiancati da alcune centinaia di Carabinieri piemontesi giunti in città nei giorni precedenti e travestiti da civili che avevano il compito di aizzare le folle contro il Granduca, presenti in città da vari giorni.

L’obiettivo sperato era quello di far sì che il Granduca si barricasse in Palazzo Pitti e cominciasse a far sparare sulla folla radunata per (improbabili) “tumulti di piazza”, una specie di Piazza Maidan ante litteram.

Vana illusione, tant’è che anche l’ambasciatore d’Austria a Firenze scriverà in seguito in un rapporto segreto a Vienna sullo svolgimento dei fatti del 27 Aprile che il Granduca si era deciso di passare in rassegna, ed era per la prima volta, le proprie truppe solo alla metà di Aprile, e senza grande entusiasmo.

In realtà tutto ciò che accadde quel giorno fu una abile quanto semplice operazione di propaganda, ovvero l’esposizione dalla mattinata del tricolore italico alle finestre di qualche edificio già predisposto in precedenza da chi aveva organizzato la cosa, in modo di far credere al povero Leopoldo che la città era tutta dalla parte del Piemonte.

Che l’occulto macchinatore dietro le quinte fosse il Camillo Benso di Cavour attraverso il proprio ambasciatore a Firenze, il conte Boncompagni, era cosa nota a tutti, fino al punto che un fedele ufficiale superiore dell’esercito granducale si offerse di far arrestare tutti, ambasciatore e i vari nobili fiorentini (Ricasoli in primis) che già si erano spartite le varie posizioni di potere una volta tolto di mezzo il Granduca, e trasferirli tutti nella fortezza di Volterra.

Ma il mite quanto indeciso Leopoldo non ebbe il coraggio di un rimedio tanto drastico per stroncare il golpe ormai alle porte e il resto è storia.

La “civilissima rivoluzione fiorentina” si concluse così senza che fosse sparato un solo colpo di fucile e i fiorentini si levarono il cappello al passare del convoglio di quattro carrozze granducali che imboccava la via Bolognese alla volta di Vienna. Anche il destino della Toscana, grazie ad una minoranza ben organizzata, era ormai segnato, e così per il resto d’Italia.

La minoranza ben organizzata continuerà la farsa con i plebisciti dell’anno seguente per l’unione al Regno Sabaudo, con percentuali bulgare di voti del SI all’Unione. Dopo aver opportunamente svuotato, in poche mesi, le casse dell’erario del Granducato.

FONTE: http://www.maurizioblondet.it/ladro-gia-conte-cavour/

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