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martedì 24 gennaio 2017

Promemoria per El Papa: i nazionalisti fanno la pace. Le democrazie, le guerre












Maurizio Blondet 22 gennaio 2017 14


Fra i commenti dei global-progressisti  ostili a Donald Trump, non poteva mancare questo: “E’ un nazionalista. E i nazionalismi, prima o poi, sono destinati a farsi la guerra”:  così Timothy Garton Ash,  maitre a penser del Guardian,  gran difensore di Israele.  

Immediatamente seguito sulla stessa linea da “El Papa” il quale, nel suo modo obliquo, ha subito  avvicinato Trump a Hitler: «Per me l’esempio più tipico del populismo, nel senso europeo, è il 33 tedesco» ha detto Papa Francesco. «La Germania distrutta cerca di alzarsi, cerca la sua identità, cerca un leader che gliela restituisca, c’è un giovane che si chiama Hitler e dice `io posso´. Hitler non rubò il potere, fu votato dal suo popolo”.

Questo mito –  che siano i populismi e  nazionalismi a fare   le guerre  –  è  assolutamente centrale nell’ideologia globalista,  ed ha giustificato l’assoggettamento dei popoli europei a  tecnocrazie sovrannazionali nella UE;  già  Jean  Monnet fu inviato dai banchieri d’affari americani in Europa distrutta  con il compito di distribuire i fondi del piano Marshall e le istruzioni di darli  solo in contropartita di cessioni della sovranità  nazionale. 

Un cammino che, per azioni  sistematicamente “nell’ombra”, antidemocratiche,  ha portato alla UE, al mostro che oggi si rivela “Prigione dei Popoli”:  vizio originale, perché il progetto di “togliere sovranità” significava “neutralizzare” la volontà popolare,  sostituire la democrazia con tecnocrazie ritenute “neutre”  perché “apatridi” ,   castrare i popoli,  ritenuti taurini, pieni di testosterone, e perciò bellicosi.   Contro queste forze si oppose De Gaulle, quando propose – contro l’Europeismo  tecnocratico, la “Europa delle patrie”: patrie fraterne, nella pienezza delle rispettive sovranità, unite nel difendere anche lo spazio ecnomico comune (Fortezza Europa) contro la concorrenza e il dumping.

“El Papa” non ha sentito – e questa sordità conferma il carattere ideologico,  militante global, di tutto ciò che dice Bergoglio  – che Trump  ha detto la sua intenzione di cessare le guerre ed aggressioni imperialiste scatenate dalla due amministrazioni,  nei precedenti 16 anni di Bush jr  e Obama; non continuarle, ma smetterle: ascoltato, Bergoglio?  O ha bisogno dell’apparecchio acustico?

Trump il nazionalista ha avuto espressioni di amicizia –  amicizia, capito? – verso le nazioni del  mondo. “Noi – ha detto  – cercheremo amicizia e benvolere con le nazioni del   mondo –  lo faremo con l’intesa che è nel diritto di tutte  le nazioni di mettere  il loro interesse al primo posto”. 

Sapete cosa annuncia  questo, almeno nelle intenzioni? Il ritorno all’ordine di Westfalia  (1648):  quel  riconoscimento reciproco della sovranità  degli stati, e  amicizia basata sulla non-ingerenza negli affari interno, che garantì in Europa 150 anni di  pace (Jus Publicum Aeuropaeum) e fu rotta dall’imperialismo giacobino, con Napoleone scatenato a “liberare” i popoli dai regimi “reazionari e oscurantisti”,  beninteso saccheggiandoli a man bassa.
L’ordine di Westfalia è stato apertamente rigettato da  Bush jr.  nel 2002  (e  col pretesto dell’11 Settembre)  quando ha pubblicato la sua “dottrina  di Sicurezza Nazionale,  che proclamava il diritto americano di  lanciare guerre preventive contro qualsiasi nazionale, per “espandere la democrazia e libertà  nelle nazioni del mondo”.  Ciò  significava non riconoscere alle altre nazioni lo status di soggetti di diritto;   tutti gli stati erano aggredibili, ad arbitraria volontà americana.

Usa: 223 guerre in 240 anni

Naturalmente, ciò non vuol dire che Trump  sappia del trattato di Westfalia e  nemmeno che la sua promessa di non aggredire altre nazioni sarà  mantenuta.  Ma  ciò perché l’America, che è “la più grande  democrazia” (e  dunque la più giacobina), ha sferrato, quasi sempre   sotto falsi pretesti,   223  guerre nei  240 anni della sua esistenza (qui per la lista: http://informare.over-blog.it/2015/02/gli-stati-uniti-sono-stati-in-guerra-222-anni-su-239-che-esistono-come-stato.html )

Dalla fondazione nel  1776  gli Stati Uniti sono stati in guerra nel 93 per cento del tempo; non sono mai stati un decennio senza scatenarne una.  “ L’unica volta che gli Stati Uniti sono rimasti 5 anni senza guerra (1935-1940) è stato durante il periodo isolazionista della Grande Depressione”.

Guarda  che caso: fu  quando l’isolazionismo, ossia il nazionalismo,  erano forti, che essi hanno  conosciuto un po’  di pace.  Il motto dei nazionalisti, era lo stesso di Trump oggi: “America first”.

Dopotutto,  se  El  Papa non avesse la vista otturata dagli occhiali ideologici  e la mente  intossicata dai pregiudizi del giacobinismo (massonico?),  avrebbe visto che Trump  già  
1)  ha tagliato l’erba sotto i piedi del  fondamentalismo terrorista, che Obama ha nutrito  e armato coi sauditi; 
2)  praticamente contribuito a cessare  lo strazio  bellico destabilizzante  in Siria; 
3)  ha teso la mano amica a  Vladimir Putin, scongiurando  una guerra fra  superpotenze   atomiche che   Obama   ha avvicinato con tante provocazioni, sperando di rendere irreversibile  la china bellica; e ciò perché l’America di Hillary credeva di poter “sferrare il primo colpo nucleare”  e   vincere.  A loro andava  avvicinato Hitler.

Un vero Pontefice  dovrebbe rallegrarsi, se fosse un uomo   di pace e non un falso Papa giacobino,  di questi atti di pace  di Donald Trump. Della sua intenzione di “formare nuove alleanze “  per unire “il mondo civilizzato contro il  terrorismo islamico radicale, che eradicheremo completamente dalla faccia  della Terra”:  frase  in cui si legge la volontà di allearsi con la Russia,   con  grande allarme degli imperialisti massonici.

Fraternità nazionaliste: il precedente storico

Trump è nazionalista; Putin è nazionalista; come può essere che due nazionalisti vanno d’accordo invece di scontrarsi in guerra?  Secondo la dottrina   ripetuta da Garton Ash (j?)  e da Bergoglio,  ma anche dai neocon,    le nazioni”goy”  sono portate a farsi  continuamente guerre, e quindi vanno evirate dalla loro identità  nazionale onde,  come placidi buoi,  lavorino per gli eletti.

Questi padroni del discorso  hanno avuto cura di cancellare dalla memoria storica la   scandalosa verità dell’Europa anni 30: la fraternità fra   nazionalismi. Nazionalismi duri: dittature fasciste in Germania e Italia, regimi nazionalisti autoritari dal Portogallo alla Spagna, dalla Grecia alla Jugoslavia,  dall’Ungheria  alla Bulgaria alla Romania,  dalla Polonia (Pilsudski) ai paesi baltici, fino alla Turchia.

Tutti portati  al potere dai popoli contro gli Establishment  a causa della grande depressione del 1939  che  gli Establishment (comitati  di affari) non avevano voluto o saputo curare con l’ortodossia finanziaria;  tutti col loro “duce”  in  uniforme, tutti con la loro retorica militare, i loro protezionismi…
Si sono forse avventati l’uno contro l’altro? Sbudellati in guerre? Tutto il contrario:  avevano rapporti fraterni, scambi culturali reciproci,  stima  e amicizia.  Di più: l’Italia del   nazionalista Mussolini fu  il  primo stato europeo a riconoscere de jure  l’Unione  Sovietica  di Stalin, con scambio di ambasciatori; e ciò nel 1924, appena preso al potere,  ancor caldo della lotta contro i comunisti in patria!  L’ordine di Westfalia, era  quel  che difese.

Infatti,  fu ancora il duce che ritardò di 4 anni l’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Reich; quando i nazi austriaci assassinarono il cancelliere  austriaco Dollfuss  nel 1934, mandò  le  famose quattro divisioni al Brennero:  un  atto di audacia solitaria, perché”le democrazie” (Francia, Regno Unito)   rifiutarono di impegnarsi per l’indipendenza austriaca, esplicitamente, nella conferenza di Stresa del ’35. Era ancora una volta l’ordine di Westfalia che difese. Hitler, che aveva per  lui ammirazione,   di un fratello minore,  rimandò il progetto. Lo rifece nel 1938;  le “democrazie”, con la sanzioni per l’Etiopia,  avevano tra le braccia di Hitler  Mussolini, che diventato succubo della “potenza” germanica.   Fu infatti il  regime tedesco a costituire un’anomalia nella fraternità fra nazionalismi   che s’era stabilita,  come oggi  la  Germania  è  l’anomalia politica della UE:  allora fu il razzismo   come dottrina  politica (paradossale carattere giudaico dell’hitlerismo)  il verme  “impolitico”  che rose quella fraternità  (Hitler invase la Polonia  autoritaria),  oggi è, sotto altre forme, sempre rifiuto di solidarietà a chi non è “dei loro”, provinciale incapacità di “chiamare popoli diversi” a fare  qualcosa di grande assieme.
E’ chiaro che, se come conseguenza della vittoria del “nazionalista” Trump,  francesi, italiani, olandesi, tedeschi

Speranzosi trumpiani d’Europa
riescono a liberarsi dei loro establishment e si danno governo “nazionalisti”, possono andare benissimo d’accordo con Usa e Russia, e  ripetere l’esperimento della fraternità fra nazioni sovrane.

Forse, dopo tutto,  non è un caso che “Francesco”   ha scelto proprio questo passaggio storico per far stampare dal Vaticano un francobollo in onore di Lutero: figura  che incarna l’ostilità e  incomprensione radicale della foresta germanica a “Roma”, e  alla sua civiltà  universale. Ora lo vediamo  – questo Papa  che ha  leccato dittatori come Fidel e si confrica con la dittatura cinese –  unito alla Merkel, a  Juncker;  alla Cia e al Pizzagate Club;  alle femministe, a “Madonna” e  ai neocon,  ai nichilisti black bloc  e ai LGBT nella   loro “lotte” contro “il dittatore”  per “il gender”. Come ha notato la giornalista Katie Hopkins a proposito della manifestazione monstre delle “donne”  a Washington, “avere la vagina è  un fatto biologico, non un tema politico”.  

Che è  un modo   di dire con humor  la stessa cosa: anche la razza, come la vagina, o   avere voglie finocchie, o trans,   non è un tema politico.. e  chi  lo  impone in politica, fa   perdere di vista  il “nemico principale”  (il nemico della giustizia sociale) – e in definitiva, fa sempre il gioco dei comitati d’affari  e del capitale.

Due guerre incombenti
Non si può concludere senza  evocare i due rischi di guerra che possono annullare le speranze  create da Trump.

John Kerry  a Davos ha profetizzato  che l’Amministrazione Trump durerà “uno, due anni”.

Il capo della Cia uscente,  John Brennan, ha ancora una volta attaccato verbalmente il presidente;  un segno inaudito di  rivolta, che fa’ dire a Paul Craig Roberts: attenzione, “Russia, Cina, Iran, Venezuela, Equador, tutti gli altri paesi  da  colpire  sulla lista della Cia devono capire che l’insediamento di Trump dà una protezione insufficiente.  La Cia è un’organizzazione mondiale. I suoi fiorenti affari generano rendite indipendenti dal bilancio Usa. Questa organizzazione è capace di lanciare operazioni senza il consenso del presidente, e neanche del proprio direttore.  La Cia ha avuto 70 per trincerarsi. Non se ne è andata”.

L’altro  rischio di guerra sta nella telefonata che Trump sta per fare a Netanyahu, con la prima mossa  per trasferire l’ambasciata a  Gerusalemme.  Netanyahu, esultante, ha twittato quel che conta di dirgli: “Fermare la minacia iraniana, e la minaccia consistente nel   cattivo accordo nucleare con l’Iran, continua ad essere  lo scopo supremo di Israele.
(Stopping the Iranian threat, and the threat reflected in the bad nuclear agreement with Iran, continues to be a supreme goal of Israel)

Qui  c’è il tallone di achille di Trump: non il suo nazionalismo ma il suo filo giudaismo, il suo genero Jared.  Tutti i precedenti 16  anni di guerre americane sono stati voluti dalla ideologia messianica dei neocon.  Lui è ignorante degli aspetti apocalittici  cui darà luogo dichiarare Gerusalemme capitale dello stato ebraico.  I fanatici ne  sono ben consci:  sarà  l’asservimento dell’umanità,   secondo la profezia di Geremia (3:17) “Allora Gerusalemme sarà chiamata “il trono dell’Eterno”; tutti i goy  si raduneranno a Gerusalemme nel nome dell’Eterno, e non cammineranno più secondo la caparbietà del loro cuore malvagio”.

Blondet SX

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